Giorgio Bàrberi Squarotti: Mythos

 

Questa scheda vuol essere un omaggio all’intelligenza, alla disponibilità, alla generosità di un grande esponente della nostra cultura, che il grosso pubblico magari non conosce, così occupato nell’adorazione delle inconsistenti stelle del panorama del “business culturale“: le eccellenze d’Italia oggi sono altre, o meglio, sono le mediocrità mascherate di grandezza. Io preferisco rendere omaggio alla nobiltà misconosciuta.

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Ai primi di Ottobre del 2007, l’illustre amico Professor Giuliano Pisani mi segnala la presenza del Chiarissimo Professor Giorgio Bàrberi Squarotti a Padova, in occasione della presentazione del volumetto di poesie di Gabriella Bertizzolo, Argonauta, per la Collana Marsilio Elleffe. Giuliano mi suggerisce di intervenire, perché pensa che il responsabile scientifico del Grande dizionario della lingua italiana UTET [1] sia la persona giusta per apprezzare il mio poema epico-drammatico Mythos, pubblicato nel Settembre 2006 dalla Marsilio Editori di Venezia.

Il 16 Ottobre, giorno fissato per la presentazione, alcuni minuti prima dell’ora prevista, entro con la mia elegante cartella di pelle marrone, nella quale avevo non casualmente infilato due volumi del Poema, al numero 19 di Via Diego Valeri, a Padova: la Sala Polivalente è deserta. Mi stupisco che un incontro organizzato dall’Assessorato alla Cultura (così almeno ricordo), al quale avrebbe presenziato un tanto autorevole esponente della cultura italiana, non avesse destato un minimo di attenzione e richiamato un pubblico almeno accettabile.

Otto giorni dopo ebbi infatti a scrivere alla Bertizzolo, conosciuta in quella circostanza:

Carissima,
la comune sensibilità poetica è come una conoscenza da tempo frequentata… Nonostante la Sala Polivalente fosse quasi vuota (il che dimostra ancora una volta quanto interesse ci sia oggi per la cultura al di fuori degli avvenimenti “mediatici”, in cui spesso, però, la cultura è solo un pretesto), l’occasione è stata utilissima per un confronto, anche perché evidentemente le nostre scelte stilistiche sono diverse. I quesiti che io ho sottoposto al Prof. Bàrberi Squarotti sono davvero fondamentali per il mio modo di vedere e di praticare la poesia. Naturalmente ci si muove in un campo in cui è difficile stabilire il valore dei differenti criteri estetici e dunque è sempre più prudente lasciare al dubbio la possibilità dell’ulteriore ricerca. Sono contento dell’esperienza fatta e ti auguro il miglior successo possibile.

Amato Maria Bernabei

Con il Professor Squarotti arrivarono uno o due suoi collaboratori, la Bertizzolo e un’altra decina di persone (forse qualche suo parente o amico). Il Professore non si scompose, e con molta professionalità, anche se in un clima di incontro familiare, presentò Argonauta e la sua autrice.

Nella mail a Gabriella Bertizzolo facevo riferimento a “scelte stilistiche diverse”: in realtà fra le terzine dantesche di Mythos e i versi liberi della silloge Argonauta, espressione  della “lezione delle correnti del secondo Novecento”, come dichiara un innominato nel primo risvolto di copertina, la distanza è abissale (non si dice qui della qualità). Sicché, quando venne concessa la parola allo sparuto uditorio, non potei fare a meno di chiedere allo Squarotti se non pensasse che la poesia come genere sia in declino o già tramontata, avendo assunto la moderna, così detta “poesia”, ben altra veste rispetto a quella tradizionale: feci notare, insomma, che la pratica del verso libero ha condotto alla nascita di un genere nuovo, poesia in prosa, prosa poetica o qualsivoglia altra denominazione, dove gli arbìtri degli “a capo” sminuiscono più che esaltare lo stesso passo prosastico. Aggiungevo che la musica del genere tradizionale risulta oggi irrimediabilmente smarrita e che la rinuncia alla metrica e alla prosodia offre ormai, anche agli sprovveduti, l’impressione di essere poeti: basta stendere sulla carta parole che non arrivino al margine destro, e il gioco è fatto.

Naturalmente non feci accenno all’opera che nascondevo nella cartella: non mi è mai piaciuto recitare il ruolo del seccatore della Satira oraziana (Ibam forte… I,9).

La risposta dello Squarotti fu molto equilibrata e conciliante, anche perché i suoi stessi versi oscillano fra l’esigenza del ritmo canonico e l’andamento libero (nei Trionfi d’inverno, ad esempio, accanto a numerosi endecasillabi come (…nella luce) / verde di arance acerbe e di limoni [2], si presentano versi certamente svincolati dal metro.

Si leggeva comunque già nel suo “linguaggio analogico” la curiosità destata dal mio intervento.

Una volta conclusa la manifestazione, mentre mi intrattenevo con la Bertizzolo, che mi regalava un suo libro con la dedica, lo Squarotti, che già stava per imboccare la via dell’uscita, all’improvviso torna indietro e mi si avvicina: “Devo arguire che lei scriva soltanto in ottave…”, mi dice. “Guardi, non avevo intenzione di esibirmi, ma visto che lei mi rivolge questa domanda, non mi faccio pregare…”. Estraggo un volume dalla cartella… Alla vista del libro, che per la verità colpisce per l’eleganza della veste tipografica e per la mole, lo Squarotti domanda, quasi un po’ risentito: “Che cos’è quello? Perché io non ne so niente?” “Forse dovrebbe chiederlo al mio editore…”.

Che differenza, però, rispetto al luminare padovano Silvio Ramat, che avevo incontrato nel tentativo di coinvolgerlo nella presentazione del libro a Montecitorio: “No, no, io quel libro non lo leggo!” aveva esclamato quasi spaventato, mentre il tomo sbucava dalla mia cartella: “Ho troppe cose da fare”. Giorgio Bàrberi Squarotti dimostrò il naturale, sano interesse che un critico serio dovrebbe sempre avere di fronte a qualunque novità letteraria, per stroncarla, magari, o per apprezzarla: qualità evidentemente estranea all’altro.

“Professore, se vuole può prenderlo” risposi porgendogli il volume. “No, me lo spedisca. Devo viaggiare in treno e sarebbe ingombrante portarlo con me”.

Due giorni dopo un corriere gli avrebbe consegnato il libro a domicilio, accompagnato da una breve lettera.

Vigonza, 17 Ottobre 2007

Chiarissimo e gentilissimo Professor Bàrberi Squarotti,

pur nella brevità dell’incontro di ieri ho avvertito sensibilità ed entusiasmo affini.

Ero intervenuto alla presentazione del libro della Bertizzolo mosso dalla curiosità di sentire un parere illustre su quelle modalità del moderno versificare che mi rendono perplesso. Il confronto mi è stato molto utile, soprattutto per il duplice contributo di avallo e di parziale confutazione, derivatomi rispettivamente dal suo intervento e da quello del docente (?) che mi sedeva accanto e di cui non ricordo il nome.

Mi ha colpito poi il modo schietto con il quale ha espresso la sorpresa di non aver saputo niente del mio libro: Professore, questi sono più tempi di bancarella che di Letteratura! Lo dico più sconfortato che con acredine. È l’era dei libri di Gattuso, di Vasco Rossi, dei comici, degli uomini di spettacolo: altra cosa era il libro quando eravamo ragazzi… Un Don Chisciotte che scrive 10.000 versi sulla Mitologia Greca, cercando di versare nel vaso antico degli umani sforzi le nuove inquietudini dell’uomo (davvero nuove?), è destinato a urtare senza scampo contro le pale dei mulini. Una speranza… Don Chisciotte è sempre ben voluto.

Le sono dunque infinitamente grato di aver sollecitato, ieri sera, questa spedizione. Le invio il mio libro, nel quale credo, nonostante tutto, e le allego la scheda di presentazione che uso in Sala.

Se apprezzerà la mia follia, faccia in modo di fermare il vento che agita il mulino, almeno per una volta, e mi venga incontro.

Grazie

Amato Maria Bernabei

L’attesa mi sembrò lunga, e alla fine dell’anno temevo ormai che non avrei più avuto notizie dallo Squarotti. Non è buona consigliera l’impazienza, che in quel caso non considerava che diecimila versi impegnativi non possono essere digeriti in pochi giorni.

Quando non ci pensavo quasi più, dopo le festività natalizie, trovo nella cassetta delle lettere una busta: la grafia del mittente mi è sconosciuta… apro…
Giorgio Bàrberi Squarotti!

In fondo erano trascorse solo dieci settimane.

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Torino, 21 dicembre 2007

Caro Bernabei,

sì, una straordinaria impresa poetica e filologica è il suo poema del mito antico, con tutto il rigore degli avvenimenti e dei personaggi e con la reinvenzione dei canti, secondo l’uso della Commedia, in terzine perfette.

La lettura mi ha impegnato per tutte le molte settimane del pieno autunno, del resto adeguato ad affrontare la Sua opera, contrapponendosi così alla poca luce e all’enorme ombra.

Molto ammiro, allora. Anch’io, scrivendo versi, spesso rievoco i miti e li riracconto (come d’altra parte, anche le vicende bibliche), ma la grandiosità di Mythos non ha pari. Grazie del dono. Le auguro tempi sereni e operosi e La saluto con la più viva amicizia.

Giorgio Bàrberi Squarotti

Io non ho nessuno strumento elettronico! E la posta normale basta e avanza.

Non posso negare la soddisfazione, addirittura l’emozione a stento trattenuta, soprattutto nel leggere sette parole: ma la grandiosità di Mythos non ha pari. Mi sembra addirittura un’esagerazione… poi penso che sia un meritato riconoscimento, più tardi ancora mi chiedo se io non abbia frainteso… Rispondo.

C (hi) arissimo professore,

le sue intensissime righe mi hanno emozionato. Un conto è la consapevolezza di aver conseguito un esito importante, altra cosa è averne il riconoscimento, nei termini in cui da lei mi è giunto.

Sono profondamente ammirato per il modo nel quale una personalità di tanto prestigio (come indiscutibilmente lei è) ha formulato un giudizio esaltante sulla mia opera. È raro, perché la pratica di una medesima arte genera per natura competizione, uscire dal proprio cerchio, come lei ha fatto, e pronunciarsi, se non a scapito della propria qualità, certamente a favore della qualità altrui. Lei mi ha onorato, forse oltre i meriti. Ho riletto decine di volte “sette parole”, come fossero una rivelazione, mi creda… con un nodo alla gola: “La grandiosità di Mythos non ha pari”. Mi sono perfino chiesto se si sia reso conto di averle scritte! Grazie, davvero!

Se le piacerà, e compatibilmente con i suoi impegni, sarei felicissimo di averla a qualche prossima presentazione del poema (naturalmente secondo le modalità che lei vorrà fissare). Io verrei anche a Torino.

Non le dico, poi, quanto le sarei riconoscente se volesse scrivere per me la “prima recensione” per una Testata nazionale. Non intendo certo approfittare del suo apprezzamento e dell’opportunità che mi ha offerto, non cerco cioè espedienti per ottenere gratuità di lavoro.

Mi faccia soltanto sapere come può e in che modo vuole accontentarmi.

Con gratitudine e devozione

Amato Maria Bernabei

 

Anche questa volta Giorgio Bàrberi Squarotti mi sorprende.

 


Torino, 16 gennaio 2008

Caro Bernabei,

vede, io ho una vera curiosità al tempo stesso per la vita e la letteratura: e leggere un’opera di poesia originale e autenticamente inventiva è per me una gioia, che mi appaga e mi rallegra. Non ho mai sopportato gli invidiosi e i cinici e i celebratori di se stessi.  È un premio a se stesso, invece, incontrare un’opera come la sua, così inusuale.

Per la presentazione, mi dica quel che intende fare. Non scrivo, al contrario, recensioni e commenti da quando otto anni fa sono stato molto male e ho dovuto ridurre radicalmente la mia attività. Mi dedico, sì, ancora alla scrittura, ma soltanto per sistemare e per concludere una serie di progetti che mi stanno a cuore: Dante, Boccaccio, Marino, Manzoni, Pascoli, D’Annunzio e qualche novecentista.

Con i più affettuosi saluti.

Giorgio Bàrberi Squarotti

 Amato Maria Bernabei

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LEGGI presentazione

 Mythos, poema epico-drammatico

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