È bello ciò che piace: non vale quel che vale!

Il serio, tra il serio ed il faceto…

È pensiero sempre più diffuso, e puntello di ogni sconcia espressione letteraria, musicale, artistica in genere, che il valore sia opinabile, che si possano accostare i versi di Dante e quelli di Ligabue, le musiche di Mozart e quelle di Vasco Rossi, magari gli scarabocchi di mia nipote e i dipinti di Van Gogh!

È bello ciò che piace. Questo il parametro estetico ormai dominante, incongruente “verità assoluta” in un panorama che rifiuta ogni verità, ogni canone, ogni possibile giudizio definitivo tra ciò che ha pregio e ciò che non lo ha; tanto che nemmeno si capisce su quali basi il mondo contemporaneo fondi i propri miti se poi mette in discussione ogni criterio di giudizio.

Il fatto è che quelli che contestano la possibilità di valutazione del prodotto artistico, fanno poi ricorso ad altre formulazioni apodittiche, sostituendo un canone con un altro: pur di difendere accanitamente i propri “gusti”, li codificano, ed attribuiscono virtù e genialità anche alle galline.

Ci segnalano dalla Rete commenti del genere: «Cos’è l’Arte Vera e chi si arroga il diritto di stabilire quale possa definirsi tale? Niente e nessuno sono le rispettive risposte. Quindi quando si afferma che Mozart e Beethoven sono vera Arte e vera Musica e, al contrario, Vasco Rossi, Prodigy, Tiziano Ferro o Metallica (pura esemplificazione) non lo siano, beh, è francamente un’anacronistica assurdità. L’Arte è comunicazione e non ci si può riferire a “termini tradizionali”».

Sta’ a vedere che non potremo nemmeno più stabilire che una gallina è una gallina… per non rischiare di essere “anacronistici”. L’autore del commento sa comunque, a quanto pare, che cos’è l’Arte: lo afferma categoricamente, e dunque, almeno lui, dovrebbe essere in grado di farcelo sapere.

Per quanto ci riguarda, sostenere che l’Arte è comunicazione equivale a fare appello a un rigido canone, per giunta riduttivo (l’Arte è anche comunicazione, ma non solo), proprio mentre si nega la possibilità delle norme e delle generalizzazioni, sottraendo alla sfera estetica tutta una serie di imprescindibili tratti distintivi.

“Chi si arroga il diritto” di una tale definizione? Guarda caso, lo stesso che nega il diritto a qualunque possibilità di definizione!

Chi si arroga il diritto di stabilire ciò che è bello e ciò che non lo è? Giusto: quando mai potrà risultare evidente la differenza “estetica” fra questi due volti?… [1]

 

O fra le seguenti quattro “comunicazioni”… di Ligamucca, Biancuda, Ricevente e Sfibra? (Chi si arroga il diritto di dare dei nomi? è tempo di rompere gli schemi, di chiamare le persone come ci pare…)

Il dentista ha lasciato
intenzione o no
lo stampo indurirsi
il padrone della bocca
è lì per vomitare
i suoi occhi da furbo al momento sono ex.
(Ligabue, Lettere d’amore nel frigo)

He visto desde mi ventana
la fiesta del poniente en los cerros lejanos.
A veces como una moneda
se encendia un pedazo de sol entre mis manos.
(Dalla mia finestra ho visto
la festa del tramonto sopra i colli lontani.
A volte come una moneta
s’accendeva un pezzo di sole tra le mie mani).
(Neruda, Venti poesie d’amore e una canzone disperata)

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ‘l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
(Dante, Inferno, Canto V)

Dieci euro in tasca (in tasca)
su le mani se hai soldi in tasca
e se poi il denaro non basta
facciamo un colpo in posta (in posta)
sì sì sì sì sì, sì sì sì, sì sì sì sì sì sì
se pensi che nessuno farà i soldi così, sì sì sì sì sì, sì
(Fabri Fibra, Dieci Euro in tasca)

Vogliamo permetterci di decretare quale sia arte e quale no? Suvvia: “è un’anacronistica assurdità”! Ed è assurdo anche pretendere di stabilire il significato di un’opera d’arte, di tentare un’esegesi fondata: è ammesso accogliere tutto e dire tutto su tutto; per questo stanno diventando leciti, oltre alla libera interpretazione, anche il rifacimento e la deformazione… Bando dunque ai paludati commenti, alle “sudate carte” dei noiosi critici, agli studi di una vita, e spazio all’improvvisazione, alla gratuità, all’arbitrio. Dante ha scritto “e sua nazion sarà tra feltro e feltro”? Bene, vendiamo il verso rifatto: “e sua nazion sarà di feltro in feltro“… anche se non significa niente, ci renderà milioni di Euro e una collezione di Lauree!

Del resto il criterio imperante (un altro canone?) è la capacità di suscitare qualche emozione: se qualcuno mi dà un’emozione è un artista! Non ha successo anche “l’arte della siringa”, per emozioni magari pericolose?

Il fatto è che non si cercano più l’esercizio dell’intelletto, la formazione, la crescita, ma lo spettacolo e il divertimento, scambiando il faticoso impegno della ricerca, della meditazione, dello sviluppo interiore, per mero svago, e viceversa.

Perciò a Roberto Benigni è permesso “interpretare” Dante e Tiziano Ferro entra nella storia della Musica…

Amato Maria Bernabei

[1] Un lettore non frettoloso mi fa notare che nell’esempio addotto gli pare “fuorviante il parallelismo colla bellezza umana, che è, originariamente, uno stato naturale e che, chiaramente, non può sottrarsi a valori assoluti, fuori dai ‘gusti’ individuali”. Il fatto è che cogliere il brutto e il bello in uno “stato naturale” o nei prodotti dell’arte a me non sembra qualità diversa della sensibilità e dell’intelligenza degli uomini, né mi pare che il “gusto” possa rispondere da solo a una valutazione estetica probante. Una bella statua e un bel tramonto hanno in comune di essere belli: si tratta, allora, di stabilire che cosa vi sia alla radice del senso e dell’intelletto che permetta di riconoscere in qualunque “oggetto” la bellezza o il suo contrario come valori universali, per non scivolare nella sopravvalutazione del “palato” soggettivo e non innalzarlo a parametro assoluto di giudizio.

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