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	<title>O Dante o Benigni &#187; Senza categoria</title>
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	<description>La cultura non è un prodotto da vendere: dobbiamo riconquistarle il ruolo che le spetta</description>
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		<title>A proposito di Relativismo</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2024 09:44:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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										</div>A PROPOSITO DI RELATIVISMO La legittima pluralità di posizioni ha ceduto il posto a un indifferenziato pluralismo, fondato sull&#8217;assunto che tutte le posizioni si equivalgono (Karol Wojtyla, Fides et ratio, 88) Quando la ragione non è ricondotta alle proprie profondità &#8230; <a href="https://www.odanteobenigni.it/2024/05/15/a-proposito-di-relativismo/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
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										</div><h1 align="center"><strong>A PROPOSITO DI RELATIVISMO</strong></h1>
<p align="right"><em>La legittima pluralità di posizioni ha ceduto il posto a un indifferenziato pluralismo,<br />
</em><em>fondato sull&#8217;assunto che tutte le posizioni si equivalgono<br />
</em>(Karol Wojtyla, <em>Fides et ratio</em>, 88)</p>
<p align="right"><em>Quando la ragione non è ricondotta alle proprie profondità<br />
</em><em>dall&#8217;intuizione dell&#8217;essere o dall&#8217;esperienza del mondo interiore,<br />
</em><em>essa si trastulla nei sensi e tra i fantasmi,<br />
</em><em>senza nemmeno rendersi conto che ne è prigioniera<br />
</em>(Jacques Maritain, <em>La filosofia morale</em>, p. 16)</p>
<p align="right"><em>Per una società affetta da Infodemìa esistono solo verità soggettive<br />
</em>(Maurizio Muraca, <em>TEDxAsiago</em>)[1]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.odanteobenigni.it/wp-content/uploads/2024/05/Filosofo-caricatura.jpg" rel="lightbox[post-6182]"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-6183" title="filosofo-caricatura" src="http://www.odanteobenigni.it/wp-content/uploads/2024/05/Filosofo-caricatura-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>L&#8217;assoluto è una qualità intrinseca, che non è soggetta al giudizio, alla valutazione di chi esperisce: che l&#8217;acqua è acqua è un assoluto.<br />
Il relativo è soggetto al giudizio, alla valutazione di chi esperisce: così qualcosa può piacere o non piacere, indipendentemente dalla sua intrinseca qualità di bello o brutto, giusto o iniquo.<br />
Il relativismo (tutto è relativo) è l&#8217;assolutizzazione di un relativo che non può essere assunto come presupposto di ogni realtà.<br />
La Realtà è assoluta (e coincide con il Principio Primo), le realtà sono relative, ristrette ai loro specifici ambiti.<br />
L&#8217;essere può esprimere assolutezza, ma anche relatività.<br />
Senza parte nominale e senza complementi è assoluto, riferibile soltanto &#8211; che esista o non esista &#8211; all&#8217;Essere, o Principio Primo, o Realtà (L&#8217;Essere metafisico, che perennemente È). Quando esprime temporaneità, l&#8217;essere non copulativo può avere solo il significato relativo alla durata limitata del vivere (in senso lato riferito anche al terzo regno), mai di &#8220;essere&#8221; (l&#8217;Essere metafisico non &#8220;vive&#8221; semplicemente, È, l&#8217;essere temporaneo non È, semplicemente vive); oppure indicare uno stato, una condizione, quando sia legato a un complemento (essere in, tra, a, trovarsi&#8230;). L&#8217;essere copulativo è invece &#8220;essere qualcosa&#8221; o &#8220;avere una qualità&#8221; (essere medico, essere grande).<br />
L&#8217;esperienza non è riducibile a una categoria singola, non può pretendere di porre un assoluto senza i relativi e un relativo senza GLI assoluti.<br />
Si può concepire UN Assoluto-assoluto accanto ad una molteplicità di assoluti-relativi (attinenti cioè a concetti specifici) e di relativi-assoluti (ovvero assolutamente relativi).<br />
Il Principio Primo è l&#8217;Assoluto-assoluto.<br />
Il bello, il brutto, il giusto, l&#8217;ingiusto e simili sono Assoluti-relativi (correlati ai rispettivi ambiti di bellezza, bruttezza, giustizia, ingiustizia <em>et similia</em>, frutto delle generalizzazioni scaturite dall’umana esperienza, codificatesi come archetipi nell’inconscio e geneticamente trasmesse).</p>
<p style="text-align: justify;">     Va da sé che in contesti diversi la generalizzazione-sintesi può avere espressioni dissimili, anche contrastanti, che tuttavia confermano il senso della parola astratta. Perché la forma verbale unitaria (astrazione sintetica) compendia la natura generale, non le manifestazioni particolari che ne derivano. A un cannibale può sembrare <em>giusto</em> mangiare un proprio simile, a chi non è antropofago no. La parola <em>giusto</em> conserva tuttavia, nei due casi, lo stesso significato di adesione a determinate regole che determinano quanto è lecito o no, differenti nei vari “insiemi” che le stabiliscono e le adottano, e di applicazione delle medesime. Giusto deriva infatti dal latino <em>ius iuris</em>, che indica il “diritto”, il quale  altro non è, propriamente, che un «complesso di norme imposte con provvedimenti espressi o vigenti per consuetudine, sulle quali si fondano i rapporti tra i membri di una comunità o si definiscono quelli tra comunità estranee»[2]. Per estensione il concetto vale poi in altri ambiti, magari etici, estetici, religiosi, sportivi e via dicendo.<br />
Ciò che piace e ciò che dispiace, ed affini, sono relativi-assoluti (o assolutamente relativi, se si preferisce), perché dipendenti dal giudizio del singolo che esperisce.<br />
Non è plausibile che sia bello ciò che piace, perché il bello è un assoluto-relativo, il piacere una valutazione soggettiva di un’esperienza: il bello è un essere, il piacere un sembrare (una valutazione).<br />
Gli assoluti-relativi hanno fondamento nell’esperienza e nel bagaglio genetico umano (archetipi), e più pregnanza acquistano in rapporto all&#8217;evoluzione individuale.<br />
È opportuno chiarire che quando parlo del concetto di assoluto-relativo intendo l&#8217;insieme delle generalizzazioni, delle convenzioni, delle norme, dei criteri, assunti come riferimenti gnoseologici e valori necessari ed “universali” (non metafisici, ma ristretti ad un insieme umano &#8211; o comunque ad esso simile &#8211; a partire dal più generico, l’umanità)&#8230;<br />
Senza l&#8217;assoluto-relativo si rende impossibile ogni forma di comunicazione ed ogni enunciato risulta privo di fondamento e di sostanza conoscitiva e comunicativa (gli aggettivi qualificativi sarebbero ad esempio inutilizzabili: il grado comparativo stesso dice della precarietà della qualità, valida in relazione al contesto; una formica è piccola se il termine di paragone è l&#8217;elefante, grande se confrontata con un granello di sabbia&#8230; ma se per convenzione il parametro di riferimento è l&#8217;uomo, piccolo, come assoluto-relativo, è riferibile alla formica e al granello di sabbia!).<br />
¿Non si potrebbe parlare, in tal senso, di una sorta di <em>Giudizio sintetico a priori</em>? ovvero di una «Forma a priori del soggetto pensante» dipendente da attività trascendentale?[3] Per Kant il <em>Giudizio sintetico a priori</em> è costituito da un contenuto a posteriori che deriva dalle impressioni sensibili, e da un elemento a priori, la forma. Il contenuto di tale giudizio deriva perciò dall’esperienza, ma presenta contemporaneamente un carattere universale e necessario, visto che la sintesi dei dati emersi dall’esperienza avviene secondo il modo di funzionare della mente umana.<br />
In relazione a questa interpretazione (quella che cioè si basa sul concetto di assoluto-relativo) si può dichiarare che:<br />
-   l’assoluto (ab-solutus) è ciò che è in ogni particolare<br />
-   l’assoluto è tutto non essendo niente<br />
-   l’assoluto è idea, il particolare è concretezza<br />
-   l’assoluto è potenza, il particolare è atto<br />
-   l’assoluto è libertà, da qualsiasi vincolo, di qualsiasi incarnazione, il particolare è necessità, dunque prigionia: non può essere diverso da se stesso<br />
-   l’assoluto è sintesi, il particolare essenza<br />
-   l’assoluto è referente, il particolare è riferito, ascritto.</p>
<p style="text-align: justify;">     Al “sapere di non sapere” socratico, il relativismo pare contrapporre l&#8217;<em><span style="text-decoration: underline;">ognuno SA quello che gli sembra</span></em>, una sorta di negazione pirandelliana della conoscenza, se non fosse per il fatto che il “parere” soggettivo assurge ora a forma di conoscenza, moltiplicando gli assunti plausibili in una “Babele del vero” che impedisce qualunque forma di condiviso riferimento: come comunicheranno fra loro mille soggetti con mille differenti verità concernenti i medesimi &#8220;oggetti&#8221;?<br />
Mi torna in mente un passo del mio manuale di filosofia, usato nel primo anno del triennio liceale, e che da quel libro riesumo:</p>
<p>«Il concetto è trama di rapporti fissi, permanenti, intelligibili tra dati sensoriali contingenti e mutevoli. I casi di giustizia o ingiustizia sono infiniti e infinitamente varii: ma <em>che cosa è</em> giustizia o ingiustizia, cioè il concetto di giustizia e ingiustizia che troviamo in tutti quei casi, è uno solo e sempre lo stesso. Il concetto è legge secondo la quale i dati devono essere organizzati: sempre eguale essa, per quanto varii siano questi: condizione essenziale perché da tutti a proposito di tutte le esperienze particolari una stessa cosa possa essere pensata nello stesso modo. Quello che io osservo per mezzo dei sensi (oggetti di <em>percezione</em>) o che io mi rappresento con l’<em>immaginazione</em>, è «particolare», «contingente», «soggettivo»: il concetto che penso è invece «universale» e «necessario». Vedo o mi rappresento quell’albero, un <em>dato</em> albero (particolare), che c’è, ma avrebbe potuto anche non essere, è così ma avrebbe potuto anche essere altrimenti (contingente), che io, miope, e in queste condizioni di luce e a questa distanza, percepisco in un certo modo, altri in condizioni diverse percepirà in modo diverso (soggettivo). Ma nel concetto io penso l’<em>albero</em>, nella sua universalità, ossia ciò che si deve trovare in tutti gli alberi; e quello che penso io quando ho il concetto di «albero», <em>debbono</em> egualmente pensarlo <em>tutte</em> le menti (necessità razionale) e appunto per questi caratteri del concetto noi possiamo intenderci tra noi [4]».</p>
<p style="text-align: justify;">     Distinguiamo almeno il &#8220;parere&#8221; fondato su argomentazioni convincenti dal capriccioso &#8220;io la penso così, dunque è vero quello che penso io&#8221;! Anche se, per un relativismo categorico, nessuna argomentazione potrà mai essere più convincente di un&#8217;altra. Insomma: se per me l&#8217;acqua è vino, essa è vino e basta! E se per te invece è olio, sarà olio e basta! Figuriamoci in che modo riusciremo più a fare la spesa in un contesto &#8220;illuminato&#8221; da questo tipo di credenza&#8230;<br />
La quale tuttavia si può mettere, A PIACERE, in discussione, ritornando a una visione meno cervellotica delle cose.<br />
Diversamente, il Caos.</p>
<p style="text-align: right;">Amato Maria Bernabei</p>
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align: justify;">
<p>[1] «Per la scienza esiste la realtà oggettiva, che si raggiunge attraverso la ricerca critica, ma per una società affetta da <em>infodemia</em> esistono solo verità soggettive. <em>Infodemia</em>: che cosa significa questo termine questa nuova malattia della nostra società? È la quantità eccessiva di informazioni generata dalla tecnologia di Internet, che rendono difficile orientarsi su un certo argomento, perché è difficile capire quali sono le fonti affidabili […] Il potere non ama la scienza, perché la scienza è libera. È emblematico il caso di Galileo, ma quanti scienziati sono stati e sono tuttora perseguiti per le loro idee, perseguitati da parte dei regimi autoritari. La tecnologia viene invece asservita ad interessi economici, politici e ideologici» (Maurizio Muraca<em>, Da cosa deriva e cosa implica la perdita di fiducia nella Scienza? </em>TEDxAsiago, consultazione del 25 marzo 2024:</p>
<p>https://www.youtube.com/watch?v=LS7udUns54w)</p>
<p>[2] Alla voce <em>Diritto</em> in Giacomo Devoto, Giancarlo Oli, <em>op. cit.<br />
</em>[3] Ludovico Geymonat, <em>Storia della filosofia</em>, Milano, Garzanti, vol. II, pp. 205-206). Per Kant il <em>Giudizio</em>.<br />
[4] Eustachio Paolo Lamanna, <em>Nuovo sommario di filosofia</em>, Firenze, Le Monnier, 1971, p. 50.</p>
</div>
</div>
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		<title>Almeno l’ortografia… (ed altro, sulla Poesia)</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Apr 2024 09:10:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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										</div>Il post apparve sul sito Dettaglitv.it il 5 febbraio 2011. Dal momento che tale area non è più raggiungibile, ne pubblico la revisione sul mio sito personale. * * * * * * * Due gravi errori ortografici nella prima &#8230; <a href="https://www.odanteobenigni.it/2024/04/14/almeno-lortografia-ed-altro-sulla-poesia/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
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										</div><p style="text-align: center;">Il post apparve sul sito Dettaglitv.it il 5 febbraio 2011.<br />
Dal momento che tale area non è più raggiungibile,<br />
ne pubblico la revisione sul mio sito personale.</p>
<h2 style="text-align: center;">* * * * * * *</h2>
<p style="text-align: justify;">Due gravi errori ortografici nella prima mezza facciata (il primo riguarda la scrittura scorretta <em>pò</em> in luogo del corretto troncamento <em>po’</em>) e uno nella seconda (senza considerare quelli presenti in altre pagine del volume) fanno scarso onore ad uno scrittore! Spero che da allora l’<strong>Albinati</strong> abbia ripassato <span style="text-decoration: underline;">un po’</span> di grammatica, imparando<br />
-   le regole dell&#8217;apocope (anche su Wikipedia, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Apocope">http://it.wikipedia.org/wiki/Apocope</a>),<br />
-   la formazione del plurale dei nomi in -cia e -gia<br />
<a href="http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=3943&amp;ctg_id=44" class="broken_link" rel="nofollow">http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=3943&amp;ctg_id=44</a>)<br />
-   e le norme che regolano l’accentazione dei monosillab(la prima persona singolare dell’indicativo presente del verbo dare, <em>io do</em>, non si può confondere con la nota musicale <em>do </em><a href="http://forum.accademiadellacrusca.it/forum_5/interventi/1391.shtml" class="broken_link" rel="nofollow">http://forum.accademiadellacrusca.it/forum_5/interventi/1391.shtml</a>,<br />
per cui non va accentata; trascuro le sottigliezze legate al raddoppiamento fonosintattico, o sintagmatico, o geminazione, che poco mi convincono e per le quali il Devoto e la stessa Crusca ammettono la possibilità della grafia &#8220;dò&#8221;).</p>
<p style="text-align: justify;">Senza contare lo stile, che qui appare approssimativo e degno appena di un compitino (mal riuscito) di scuola superiore. Tralasciamo l’orribile cacofonia dell’ultima riga (<em>a furia di scosse cominci<span style="text-decoration: underline;">a a a</span>ssottigliarsi</em>, dove ben tre “a” costringono ad un’affannosa respirazione per la pronuncia…). Per fortuna ci sono nel libro pagine più interessanti… di prosa, però, non certo di poesia (tanto meno “elegiaca”, visto che del canto e della melodia &#8211; questo è il significato etimologico della parola greca <em>èlegos </em>- non hanno proprio nulla).</p>
<p style="text-align: justify;">Per leggere l&#8217;intero documento, corredato di immagini,</p>
<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.odanteobenigni.it/wp-content/uploads/2024/04/Almeno-lortografia-2024.pdf">SCARICA PDF</a></strong></p>
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		<title>Inferno, XXXV &#8211; I traditori della cultura: Roberto Benigni</title>
		<link>https://www.odanteobenigni.it/2022/07/03/inferno-xxxv-i-traditori-della-cultura-roberto-benigni/</link>
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		<pubDate>Sun, 03 Jul 2022 13:23:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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										</div>Già pubblicato su Dettaglitv.it il 9 Maggio 2011 L’operazione su Dante, condotta da Roberto Benigni, è uno degli imbrogli mediatici più clamorosi, capace di riscuotere il consenso perfino di ambienti colti, ma quanto meno distratti, che dietro la maschera del merito divulgativo non &#8230; <a href="https://www.odanteobenigni.it/2022/07/03/inferno-xxxv-i-traditori-della-cultura-roberto-benigni/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
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										</div><p><strong>Già pubblicato su Dettaglitv.it il 9 Maggio 2011</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’operazione su Dante, condotta da Roberto Benigni, è uno degli imbrogli mediatici più clamorosi, capace di riscuotere il consenso perfino di ambienti colti, ma quanto meno distratti, che dietro la maschera del merito divulgativo non hanno saputo cogliere, o hanno voluto di proposito nascondere, il danno che veniva arrecato a un patrimonio culturale da salvaguardare soprattutto attraverso il rispetto. Il “comico” toscano ha indecorosamente offeso la Letteratura Italiana e l’immagine del sommo Alighieri, stravolgendo e profanando, per uno spettacolo da baraccone e per denaro, i sacri versi della Commedia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho voluto immaginare che Dante, per divinazione della sorte che sarebbe toccata ai suoi versi per bocca di Benigni, abbia voluto aggiungere un Canto, il XXXV appunto, al suo Inferno, punendo severamente il comico per la colpa di “tradimento della cultura”. Pubblico l’intera parafrasi del documento in .pdf, da aprire ed eventualmente salvare, che contiene comunque, oltre i versi, le annotazioni.</p>
<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.odanteobenigni.it/wp-content/uploads/2022/07/Inferno-XXXV-I-traditori-della-cultura-Roberto-Benigni.pdf">Inferno, XXXV &#8211; I traditori della cultura</a></strong> [2]</p>
<p style="text-align: justify;">Non scrissi che prima di uscire <em>a riveder le stelle</em>, quando io e Virgilio risalivamo servendoci del fitto e duro pelo di Lucifero che ci faceva da scala, udimmo un grossolano riso a crepapelle, come quando alla sete di qualcuno mai si nega il vino dalla canna, fino a che la mente non ne risulta “ammalata”, fino all’ubriachezza, cioè. Fatto per il quale io dissi a Virgilio: “Maestro, non avevamo esplorato già ogni girone dell’inferno (<em>le segrete cose… già non sapemmo tutte</em>), lungo il tragitto che mira al recupero della serenità interiore (<em>per la quiete</em>), nel momento in cui scorgemmo, attraverso quel rotondo foro, la luce del giorno?</p>
<p style="text-align: justify;">Egli mi rispose: “Dio volle che prima di tornare sulla terra, tu vedessi una pena più dura di quella inflitta a Lucifero (<em>che lo viso a fondo</em>).  Chi lucra servendosi dei tuoi versi mischiati a volgarità di ogni genere, rubando per l’indegna fame di denaro, l’arte (<em>belli arredi</em>) della tua opera, è stato sprofondato al di sotto di Lucifero (<em>colui ch’è fitto</em>, conficcato a testa in giù nell’estremità dell’inferno); chi offende le istituzioni politiche (Presidente del Consiglio, <em>scettro azzurro</em>) e quelle religiose (il Papa, <em>bianca corona</em>), che non reagiscono perché in fondo la propaganda che ne ricavano è vantaggiosa, e non viene esiliato, come invece accade a te. Ma la giustizia divina, ahimè, non perdona. Guarda quell’immenso teatro circolare e le sue innumerevoli gradinate gremite di gente che incita Lucifero a praticare la respirazione bocca a bocca al dannato svenuto dal dolore! Sono tutti coloro che da ogni “contrada” accorsero ai suoi spettacoli, e che ora si sbellicano nel vederlo al centro della scena arso dalle fiamme, arrostito come S. Lorenzo sulla graticola. [1] Per l’eternità il peccatore viene rianimato, perché la bocca di Lucifero gli soffia l’ossigeno che lo tenga desto (<em>respiro ancora per le vene</em>). Da ogni punto dell’arena, le gradinate espellono pagine della Divina Commedia (<em>la carta de la colpa</em> commessa da Benigni), che bruciano, mentre il vento le trascina dal centro alla periferia e viceversa, finché ricadono sulla pelle di tutti gli astanti, ustionandoli. E dal momento che tu vuoi sapere bene come stanno le cose, quando il condannato arrostito recupera la sensibilità, <em>l’Angelo</em> lo bacia, come Lancillotto Ginevra, con quel bacio appassionato “di sei pagine” che lui andava raccontando. Contemporaneamente dalle fiamme si erge l’anima di Gianciotto, che impugna una lunga cesoia e taglia a fette (<em>molte volte</em>) i colpevoli genitali di Benigni (<em>reo pisello</em>, soprattutto con allusione alla fissazione del comico per “i piselli”), che ogni volta che si ridestano sono ben cotti.</p>
<p style="text-align: justify;">E se non senti declamare versi, è perché il Sommo Amore (<em>l’Eccelsa Carità</em>) grazia gli uditori, sottraendo loro, attraverso il bacio di Lucifero (<em>serra le porte</em>, chiude la bocca), una voce che quando <em>non raglia</em>, <em>gracida</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Io non saprei spiegare perché quello che vidi mi provocò una forte emozione, tanto da rimanere per parecchio tempo disorientato e senza parole. Infine, distraendo lo sguardo da quei peccatori e per un po’ rivolgendomi alla mia esperta guida, chiesi: “Padre, perché non comprendo? Tu mi parli dei miei versi e del peccato di chi li vende, insieme con volgarità di tipo sessuale, come se volessi raddoppiare la mia sofferenza, per il lucro e per la profanazione. Fa’ almeno in modo, visto che mi sfuggono i fatti e non ho perciò consapevolezza della cosa (<em>se l’esperienza non è presso</em>), che io possa parlare a chi di tanto in tanto sviene dentro le fiamme, a chi in fondo, da quello che dici, si punì con le sue stesse mani”.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi rispose: “Tu non sai che l’immenso teatro (<em>‘l tondo loco</em>) ospita la gente idolatra che nel suo idolo proietta il poco che ha dentro (<em>trasmuta il poco</em>). E l’idolo dalla squallida abilità d’imbonitore è quello che tu vedi baciato nientemeno che da Lucifero (<em>basciato da cotanto amante</em>), e che forse, subito dopo essere rinvenuto (<em>quando muta il vento</em>, quando cambia il suo stato), potrà risponderti”.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, appena il dannato, ancora boccheggiante, si ritrova sulla soglia del bacio (<em>desto al bacio</em>) che gli impedisce di recitare i versi e di parlare (<em>soffocante</em>), inflitto dalla stessa bocca che lo rianima, io gli grido: “Dimmi almeno quale sciagurato delitto hai commesso, come ti chiami e qual è il tuo luogo di origine (<em>quale piana</em>), se è proibito sapere di più”.</p>
<p style="text-align: justify;">Rispose con la sua sgraziata voce roca: “Sono originario della Toscana, nato in provincia di Arezzo, in quella frazione che ha nome Misericordia, proprio la misericordia che non potei avere da Dio per vile uso <em>de la mente umana</em> (la mente di tutti quelli che ho imbrogliato). Persi la misericordia perché non studiai in modo approfondito i versi di Dante e li andai recitando per il mondo chiedendo compensi sproporzionati e oltraggiando in tal modo anche la povertà (<em>per gl’incassi ipertrofici e perversi</em>); così, di fronte al grave danno arrecato alla cultura, alla morale, alla religione, la coda di Minosse risultò <em>troppo corta</em> per indicare dove avrei dovuto sprofondare, e l’inferno fu carente di gironi. Di conseguenza,  per la pena eterna che subisco nella morte del corpo e dell’anima, mi toccò la fossa di cui nessuno conosceva l’esistenza, quella che si trova proprio sotto il capo di Lucifero, dove egli mi perseguita ininterrottamente con il suo fiato. Quando ritorni sulla terra, alla dolce condizione dell’esistenza, dove nei teatri le folle inneggiano alle false divinità, racconta quello che hai visto, in modo che più nessuno sia dannato come me”.</p>
<p style="text-align: justify;">Aveva appena finito di parlare, che Lucifero gli penetrò di nuovo nella bocca, con la sua lingua sporca di fango e dal sapore puzzolente di cerume, mentre Gianciotto Malatesta, emergendo dalle fiamme, riprese ad affettargli i genitali.</p>
<p style="text-align: justify;">“O Arezzo, vergogna d’Italia, che hai dato alla luce ed alzato agli onori un pagliaccio dalla mente poco pregiata e ne sfami la mai sazia avidità di ricchezza; alimenti quella lupa che è riuscita a corrompere perfino il Veltro che avrebbe dovuto ricacciarla  <em>ne lo ‘nferno</em>, da dove il demonio l’ha scatenata; il Veltro(ni) che quando a Roma celebra il rito ricorrente delle Notti Bianche (<em>dentr o la notte nera che fa bianca</em>) nutre Benigni-lupa proprio dei cibi che dovrebbe evitare, di terra e di peltro, cioè del potere (dei protagonisti) e di denaro (<em>peltro</em>, dal francese<em> peautre</em>, lega di metalli), e con l’elevato compenso che paga permette abiti di seta, non certo gli umili panni di lana che dovrebbero essere il simbolo dell’intervento auspicato nel I Canto dell’Inferno (i richiami al quale, evitiamo di chiarire in modo troppo circostanziato, dal momento che tutti gli Italiani, adesso, conoscono benissimo la Divina Commedia…).</p>
<p style="text-align: justify;">Non senti la voce ormai stanca di chi chiama l’arte smarrita e la cerca dovunque, in ogni luogo e in ogni sfera, senza più trovare <em>il genio che le manca</em>, l’interprete geniale, pittore, musicista o poeta che sia? Non ti muove a compassione la disgraziata sorte della nostra grande tradizione culturale, che il comico va sciovinisticamente vantando, ma che nei suoi eredi <em>giace</em> mestamente nel proprio letto di morte? Perché non ti accorgi che il cavallo dell’arte è senza guida, se il fantino, in tutto, è proprio l’antitesi del bello (<em>se cavalca chi a l’arte più dispiace</em>)? Ahimè, gente che dovresti essere fedele all’arte e lasciar sedere Dante, quello vero, sulla sella, se ben comprendessi la volontà divina (da’ a Cesare quel ch’è di Cesare…).</p>
<p style="text-align: justify;">Guarda come il cavallo dell’arte è diventato ribelle, perché sente gli sproni inadeguati di un sedicente artista, incapace di orientarlo, e perché tu pretendi la guida, tieni le briglie (<em>la predella</em>; il <em>ponesti mano</em> ha come soggetto <em>gente</em>, il popolo italiano che attraverso Benigni guida il cavallo; naturalmente forzando il senso dantesco).</p>
<p style="text-align: justify;">Chi non è proprio nato per alimentare la fiamma della poesia e non conosce altro linguaggio che quello del sesso, scenda da cavallo e la smetta di fare l’esegeta e di “predicare”. Un infinito numero di volte (in eterno) sarà perseguitata la colpa che adultera i versi insigni della Commedia e che rende il responsabile per sempre indegno del perdono degli uomini e di Dio”.</p>
<p style="text-align: justify;">Così disse il maestro che mi circonda di affetto.</p>
<p style="text-align: justify;">E finalmente l’ultimo tratto del cammino infernale mi restituisce la luce sul viso, là dove il cielo stellato è più gremito di fuochi.</p>
<p style="text-align: right;">Amato Maria Bernabei</p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-align: justify;">N.B. Su Benigni e la sua indecorosa divulgazione della Commedia è possibile consultare le altre schede presenti su questo stesso sito.</span></p>
<hr size="1" />
<p style="text-align: justify;">[1] Al centro di un enorme teatro all’aperto, Benigni è incollato per la bocca alla bocca di Lucifero, mentre dal basso fiamme perenni lo arrostiscono, come il martire San Lorenzo. Quando sviene dal dolore, l’Angelo ribelle lo rianima con la respirazione bocca a bocca, ma per evitare che parli o che reciti, lo bacia con la sua saliva puzzolente di cerume e mischiata al fango in cui i due sono immersi. Da ogni ordine di posti, dal centro verso la gradinata estrema e da questa verso il centro, si alzano e ricadono sulla pelle di tutti pagine incandescenti della Divina Commedia, provocando terribili ustioni. Ogni volta che Benigni rinviene, Gianciotto Malatesta, con un paio di lunghe cesoie, gli affetta i genitali cotti. Feroce, ma inevitabile, contrappasso.<br />
[2]  Un &#8220;intelligente&#8221; lettore che niente di tutto (o anche tutto di niente) aveva capito, così commentava il <a href="https://www.dettaglitv.it/2011/05/09/inferno-xxxv-i-traditori-della-cultura-roberto-benigni-2/#comment-66"><time datetime="2011-06-09T17:01:12+00:00">09/06/2011 alle 17:01</time></a> (naturalmente mascherato dietro un cosiddetto <em>nick</em>, ovvero nascosto  in un pusillanime pseudonimo&#8230;):<br />
<em>Ciaooo</em> ha detto:<br />
Dici che Benigni si permette di stravolgere e profanare la Commedia quando sei tu il primo a osare scrivere un XXXV Canto e ad umiliare Dante con la tue cazzate, almeno Benigni lo fa per soldi, tu lo fai gratis.<br />
l&#8217;11/06/2011 alle 23,02 così replicavo:<br />
Questa è la nobiltà: io le cose le faccio gratis, Benigni è solo un mercenario. Quanto a profanare Dante, il saltimbanco toscano lo distorce, ne cambia il pensiero e perfino i versi, io mi diverto soltanto a imitare lo stile dantesco per “punire” Benigni come merita… ma evidentemente la cosa è troppo sottile perché tu possa apprezzarla: credo che tu non abbia capito proprio niente. A proposito: in questo sito cerca di usare modi più urbani, evita il turpiloquio “alla Benigni”, altrimenti i tuoi commenti non saranno più pubblicati.</p>
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