ACQUA DALLA MERIDIANA

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La pervinca è un piccolo arbusto capace di adattarsi ai più diversi climi: esattamente come la Poesia, che fiorisce in qualunque latitudine spaziale e temporale. Simile a questa pianta officinale cara agli alchimisti, definita “gioia della Terra” e “cibo di Vene-re”, adoperata per realizzare filtri d’amore, procurare la fertilità e tenere a bada gli spiriti maligni, è infatti la Poesia: elemento essenziale legato alla forza segreta delle parole e delle cose. (Premessa alla collana “I libri pervinca”, della Casa editrice ChiPiùNeArt Edizioni”, Roma).

Πάντα ῥεῖ
alla sorgente dei moti dell’anima

 …e tra i moti suona – e risuona – il sentimento più trascinante e ingannevole che pervada emozioni e pensieri, la morgana più viva e più vuota di sensi che abbagli la vita, in “attimi apparenti di eternità” che sbocciano dall’inesistenza e che, nell’assenza di radici, in un attimo, sfioriscono… Così, soltanto in edifici e crolli di accenti, grondano dall’anima in amore estasi e cadute, in voci spiegate e richiuse, canti e silenzi (Amato Maria Bernabei).

 

PREFAZIONE

           Le poesie di Sandro Bernabei, nella nuova Raccolta: “Acqua dalla meridiana” compongono uno spartito riccamente modulato, con arie, adagi, andanti, improvvisi e contrappunti, nella voce di un musico che risuona i propri preziosi assolo, nella ricerca di una sintonia con le armonie e le disarmonie esperienziali della sua profonda sensibilità di artista.
I versi tratteggiano luoghi luminosi, nei riverberi di riflessi estivi, mattini, arcobaleni e notti stellate; sono luoghi di incanto dove si realizzano le dinamiche vitali più esaltanti di pienezza oppure ci si trova ai margini di un abbandono… realtà che trafigge i sogni… dove regnano silenzio e freddo… la speranza lascia gli ormeggi all’inquietudine… e il sogno è un battito d’ali sospeso a un raggio di sole.
Si aprono variegature che ritraggono di volta in volta scenari liquidi, di acqua che, già dal titolo, si annuncia con valenze e implicanze metaforiche, acqua  dalle fontane, con tutta la simbologia dell’immaginario, di fiumi e ruscelli / in transito veloce…, di un lago di carezze, e il movimento sincopato delle rapide gorgoglianti, nel loro andare immortale fino al mare / che stringe granelli di sabbia.
Le liriche ritraggono scenari che da liquidi si fanno aridi, in un tormento che stilla dentro ed è acqua ferma, pioggia caduta a gocce, come la felicità perduta, pioggia a rivoli di illusioni, acqua di un mare che ora appare una pozzanghera, quel mare che credemmo immenso, e si fa deserto di sabbie ruvide, di granelli inarrestabili che franano, illusorie in-consistenze nelle aride pianure del passato, dune modulanti… di un amore consunto.
Tali scenari si fanno aerei e cercano simbologia con la luce, a specchiare i cristalli delle aurore, sulle ali di funamboli gabbiani e ad inseguire il volo degli aquiloni; o aprono scenari incontaminati di nascenti emozioni dai virginei primordi d’infinito, dove si realizzano momenti creativi quando, polvere nello spazio, / incontrammo l’emozione del cielo / e la nostra.
Anche i silenzi, per Sandro, sono passaggi musicali: il silenzio è voce sospesa… i silenzi che lacerano le voci alle sorgenti; creativi di suggestione: c’è un silenzio alla risacca… la quiete dei vulcani… i silenzi delle foglie… voce sospesa, lacrime di note… e la presenza dei respiri, del vento, segna il ritmo del tempo della vita nel suo affannoso divenire e affresca il graffito incanto di un amore infinito.
Il Tempo di Sandro ha la musicalità dell’attesa di un’alba, del ritorno della sera… della sabbia che scivola nell’ampolla e non trattiene… torna il tempo che non vuoi… tempo negato, sospeso e il ritmo crudele dell’assenza che torna illusa di niente.
Il Tempo è respiro interiore nel percepire un Presente che si fa irraggiungibile, nell’attimo stesso in cui avviene lungo i giorni della vita.
“Acqua dalla meridiana” tratteggia la poetica di un uomo, còlto nella distesa del proprio tempo, a sondare possibilità di incontri amanti della vita, vacillanti come fiamme al vento, a ritrovarsi affamato, disorientato nel divenire incessante e travolgente dell’universo e intento a cercare un rifugio in una solitudine assente di vibrazioni, o talvolta a celebrare i divini attimi di un incontro di energie amanti e rarissime armonie, nella semplice e ruvida realtà che supinamente cela sotto umido fogliame il sorriso di un tenero germoglio verde di speranza.
Sandro Bernabei compone una poesia declinata con la luce e modulata con le personali fantasmagorie interiori, dei tramonti infuocati nelle sere, delle vibrazioni di una notte con i colori delle galassie, …oasi nei deserti senza luce …che …porta il mio pensiero dove il vento non turba l’ascolto delle stelle. Una poesia essenziale e nel contempo fragrante di maschie essenze di resine e cortecce, dove risuonano ruvide note di inganni e illusioni,  gemme o falsi riflessi di luce, a denunciare una realtà quando elude e non appartiene o non si fa appartenere.
Siamo di fronte ad una poesia raffinata e metaforica che sa vestire l’abito dei perfetti schemi metrici classici, quando si presenta nella forma del Sonetto con chiare rime e cesellate armonie, e nel contempo, una poesia che sa prescindere dai parametri metrici per essere altrettanto efficace creatura musicale, con sapienti assonanze, rimandi, moduli ritmici e strofe, quasi che la Musica voglia sortire lo scopo di riuscire a distrarre il Tempo: Voce di archi, / appena un sussurro, / sulle note / di questo adagio / che distrae il tempo / e parla d’infinito.
È  una poesia che fa il conto con l’assenza, una mancanza che è annullante: un Amore che taglia le gemme allo stupore dell’attesa; una poesia dove l’uso della parola opera giocose variazioni sinestesiche, attraverso sapienti spostamenti tra registri e codici, refoli d’acqua …portano la voce …, a delineare immagini snelle, ma cariche di molteplici variegature di significati e dense di suggestione; un esempio per tutti è lo stesso titolo “Acqua dalla Meridiana” a rendere di Sandro, l’Autore fantasioso che si rappresenta i Giorni come frattali di un disegno ignoto e la Vita e gli Uomini come i frammenti colorati… nel divenire incessante dell’Universo.
Nella sua poesia Sandro apre personali scenari familiari, ci dice Sono qui, si localizza nel suo Sirente, luogo interiore della sua prima formazione e ispirazione e da cui spazia a darci squarci del sentiero sconosciuto, con il suo fraseggio di emozioni. con aridi resti di un canto tradito / di gemme e di nidi, / di sguardi creduti, / ridenti d’immenso.
Non è mai esaustiva la lettura delle espressioni di Arte, siano esse testi scritti, dipinti, spartiti o altro, poiché presentano e rimandano sfaccettature e ricchezze a seconda delle capacità di ciascuna ottica di osservazione.
Chissà che nella tessitura dei versi non si lascino, forse solo in modo del tutto o apparentemente inconsapevole, innumerevoli tracce di altri aspetti delle tematiche, quale quella del nido, creduto ridente d’immenso; del Tempo, di Amore, miraggio tra le dune modulanti negli altipiani, Amore che è l’ambito dove le Emozioni trovano vita di tormento e di estasi, nell’attimo breve del momento presente.
Poesia, quando la si coltiva con cura, sa cogliere e trattenere anche il non detto, prende questi doni direttamente dal soffio del poeta e li affida alla fantasia empatica del lettore perché ne gusti fragranze e sapori.
Appare palese la ricerca dello stesso Autore di un dialogo lirico con un lettore che si cali tra i versi e nelle pieghe di un’anima, affiancandosi ai passi poetanti di vite parallele.
Nella presente Raccolta, infatti, ogni lirica forma in sé un universo completo, ma ha la forza di assurgere a gesto comunicativo di grande pathos e cerca nell’altro un ganglio vitale di complice coinvolgimento, fiducia e abbandono.

Elena Malta

Nota dell’autore

Avrebbe potuto sembrare incompleta una storia d’amore in versi senza la presenza di concomitanti emozioni del percorso esistenziale. La collocazione di questi sentimenti altri nel secondo, breve segmento della silloge, ha la duplice valenza di introspezione di piani paralleli e del fluire sincrono e dunque interagente degli stessi piani. Sicché nel flusso instabile della travolgente vicenda sentimentale, affiorano echi e risonanze di interiorità pregresse, di un quotidiano che vive oltre l’immobilità dello spirito, oltre gli aridi ristagni di un pensiero ipocrita che falsa la realtà di eventi al limite di una lettura aberrante, dell’esigenza di un recupero filiale, consapevole di un andare paterno difficile ma consono alla vocazione di ancestrali richiami inviolabili. Recupero che ritrova nei luoghi della prima infanzia un discordante accento di antichi riverberi di un rapporto conflittuale. Nel quale neanche l’ultimo tratto del percorso esistenziale riesce a comporre una mediazione: i due termini del conflitto non creano semplicemente gli steccati di sentimenti opposti ma raccolgono in modo sincretico l’ambivalenza dell’odi et amo, anche se nei diversi approcci e lungo percorsi differenti.
Qua e là scopri cadenze di un sapere falso, ingannevole, di una cultura che flette a dialettiche di opportunismo nella totale assenza di un pur elementare processo mentale; acri incensi dai turiboli di una liturgia perversa, dogmi appena sostenuti da una vacillante crosta dorata. Nella quale i valori che il patrimonio atavico contiene naufragano in disarmonici riflessi di un intelletto corrotto. E nell’esasperazione della corrente trovano una qualche collocazione, e non già un chiarimento, l’immensa tragedia del terrorismo e i non proprio nobili sospetti che il Vaticano tace.
E nella solitudine, che la delusione sostiene ma che restituisce un contatto più intenso e più intimo al pensiero nella sua accezione spirituale, trovano spazio e respiro il senso universale del Natale nello sguardo incantato del bimbo che vagheggia nel Presepe fiabeschi mondi da esplorare e vive il sogno che si rinnova.
Solitudine che ricompone ricordi di affetti, di amicizia e di stima come tessere di un mosaico che adesso spegne il tratto policromo nel viaggio verso il “nulla eterno”.
Solitudine che nei sentieri del vissuto recupera emozioni e nostalgie, dialoghi interiori e “mattini di vento”.
Nel silenzio impetuoso dell’anima si fa progetto e voce il senso percepito del trascendente, la libertà di un tramonto in Emmaus lungo la strada che conduce tra i profili dello stupore / e le incisioni del cielo, / verso il silenzio dell’origine.

Sandro Bernabei

 

Minimo, minimale, minimalista
per evitare equivoci

Il Logos è l’umano strumento di lettura dell’esperienza, nella sua duplice veste interiore ed esteriore, ammesso che il cogliere dall’esterno sia possibile senza un simultaneo vivere dall’interno. Pensare è un dirsi parole, scrivere – come parlare – è un dire parole. La parola è forma e suono del trovare, dell’attingere, dell’intendere, del dare. Che essa si diversifichi negl’idiomi più vari, nulla toglie al suo potere espressivo, alla sua forza comunicativa, alla sua capacità di sopravvivenza. Conosciamo il pensiero-parola di Aristotele e di Kant, di Catullo e di Shakespeare, ne siamo vivamente partecipi, per quanto formulato in secoli diversi, in lingue diverse, fra loro e dalla nostra.
Evidente che della parola ci si può servire per informare, esprimere emozioni e sentimenti, persuadere, conversare, riflettere sulla lingua, produrre letteratura. Delle sei funzioni del modello elaborato da Roman Jakobson, interessa a questo contesto, preminentemente quella estetica, quella di cui si servono gli scrittori di opere letterarie nei vari generi.
Nell’ambito della poesia, e di questo florilegio in particolare, si rendono necessarie alcune osservazioni sul respiro dei componimenti, per evitare di cadere in equivoci di valutazione. Il bagaglio lessicale moderno, nella sua crescente polisemia, porta a classificare come minimale qualunque “limite minimo di una quantità”, sicché si può arrivare al malinteso applicando l’attributo ai componimenti poetici “minimi”. Errore inevitabile di fronte alla circostanza che la critica letteraria intende ben altra cosa quando parla di minimalismo.
Intanto, lungo o breve che sia, il valore del respiro verbale sta nella misura in cui questo sa dare luce alle cose, corpo all’immateriale ed anima alla materia, “fedeltà trasfigurata” ai sentimenti ed alla ragione. Sicché le poesie dalle dimensioni ridotte non sono necessariamente minimal art, o addirittura di minima rilevanza, men che meno quelle di questa silloge, che prima di tutto non sono haiku, per brevità, né tanto meno ungarettiani “m’illumino d’immenso”, e che, in secondo luogo, pur nella moderna esigenza di libertà dagli schemi, d’immediatezza, mai però sbrigativa, d’intensa sintesi dell’emozione, di adesione al passo vario e spontaneo dei moti interiori, non si possono certo ascrivere alla maniera mancante di spessore filosofico, fatta di descrizioni scontate, di monotonia stilistica, di povertà morale, che sono alcune delle caratteristiche negative che Frederick Barthelme individua nel minimalismo, né possono essere annoverate nella prospettiva dell’inconsistenza e della superficialità sottolineate da Tom Wolfe, che parla, in riferimento alla prosa, di “situazioni minuscole, domestiche, composte di dialoghi deliberatamente banali, insignificanti e prive di ogni emozione”. La stessa produzione minimalista, del resto, non manca di esempi di buona qualità, soprattutto nei capostipiti John Cheever e Raymond Carver.
Si tenga infine conto che Acqua dalla meridiana è una collezione di liriche e che alla poesia lirica la brevità non è, non può essere estranea, anche perché l’espressione dei sentimenti può coincidere con l’acme dei medesimi, con il momento della loro maggiore intensità, che ne sollecita l’urgenza dell’espressione nella sua fuggevolezza. Cosa che può aggiungere ai versi incisività e forza: del resto un lampo non è meno luminoso perché balenante. Giova ricordare, anche a questo proposito, che il nome del genere deriva da λυρική, lyrikē, sottintendendo poiesis, ad indicare poesia accompagnata dalla lira, canto della voce come eco del canto dell’anima. In effetti, insieme con la poesia recitativa, la Grecia sviluppò una forma cantata o sottolineata dal suono di strumenti a corda, in una versione monodica o sostenuta da un gruppo di cantori guidati dal corifèo. Donde l’esigenza, non ancora del tutto spenta, dell’intera tradizione classica, del ricorso alle cadenze metriche, così prossime alle scansioni della musica.

Amato Maria Bernabei

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        Sandro Bernabei, studioso di discipline umanistiche e musicali, ha collaborato come saggista e critico con la pagina culturale de “Il Tempo d’Abruzzo”. È stato docente presso la Scuola Superiore di Musica del Novecento di Atri. Nel novembre del 2000 ha presentato un saggio su aspetti della poetica di Mario Luzi ricevendo, dallo stesso poeta, un lusinghiero apprezzamento. Dall’intensa collaborazione con il compositore Antonio Cericola sono nati Il tuo canto, un ‘opus’ di cinque liriche, I quattro elementi, per orchestra d’archi, sopranista e voce recitante, e il melodramma Le avventure di Pinocchio. Per il compositore Antonio De Angelis ha scritto liriche per pianoforte e canto, i testi di un Oratorio e la commedia musicale Emmaus. Allo stesso filone appartengono Una favola di Natale e Improvvisi di Tango. Nel 2013 ha pubblicato la silloge poetica In urne di puro cristallo (Ed. Tracce, Pescara). È tra i docenti del Laboratorio di Scrittura poetica del Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Pescara. Nel 2015 l’atto unico Il dubbio del mattino è stato pubblicato dopo aver ricevuto la Menzione Speciale nel Concorso Internazionale di Drammaturgia Contemporanea “L’Artigogolo”. (Dall’aletta posteriore del libro).

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