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 1 0 1   S O N E T T I

CANTO DELLA SERA

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NOTA DELL’AUTORE

Fera sum: ferini nil a me alienum puto.
Sono una bestia: niente di ciò che è bestiale mi è estraneo!

                             La rivisitazione in chiave polemica e contemporanea del motto terenziano dell’Heautontimorùmenos (I, 77) è quanto mai opportuna, anche se il verso originario, declamato dall’anziano Chremes, pare venisse accolto nei teatri romani gremiti di stolti e d’ignoranti con un’esplosione di applausi (Sant’Agostino, Epist. CLV, 4.14), e forse non proprio per l’ottimistica ragione che il Padre della Chiesa suggerisce, ovvero che l’allusione alla comunanza delle anime umane commovesse il sentimento comune di tutti quanto piuttosto per l’apparire liberatoria giustificazione di qualunque umana pochezza.
La nuova formulazione è l’abito più idoneo per un uomo disumanizzato, sideralmente lontano dall’ideale latino del cultu atque humanitate (Cesare, De bello Gallico, I, 3); per un dis-uomo che non sa più distinguere il piccolo dal grande, il nobile dall’ignobile, il valore dal disvalore; che tutto piega al conseguimento dell’utile inutile – quanto meno per l’anima – il cui flusso viene incanalato, di fronte alla cecità della moltitudine, verso la torbida furbizia di pochi burattinai.
Il declino di ogni levatura è inesorabile. Non fa eccezione la sfera dell’arte: non, dunque, l’ambito della poesia. 

«Ho letto sul supplemento La Lettura del Corriere che si annuncia e sarebbe in corso un “rinascimento della poesia”. Franco Manzoni, autore dell’articolo, avverte subito: “Torna a risuonare vincente il ritmo della poesia. È un dato di fatto, considerando le scelte editoriali per l’anno appena iniziato”.

‘Ritmo della poesia’? Raramente i nostri attuali autori di testi poetici hanno orecchio per il ritmo. La mancanza di qualunque ritmo è invece la cosa che si nota di più» (Alfonso Berardinelli, in La rinascita dei troppi poeti, Pressreader, 12 febbraio 2017).
Il rinascimento della poesia sta nella testa del Manzoni – niente a che vedere con l’autore de I Promessi Sposi! – e nello stuolo di vati se-pensanti, che pubblicano (leggi “comprano”) i loro “a capo” presso abietti editori a null’altro interessati che a impoverire le tasche d’illusi portenti del verso senza contenuti e senza vesti. Oggi la poesia coincide troppo spesso con l’uso cervellotico delle parole e del rigo: banalità senza nemmeno il suono, astrusità peggiori del peggior marinismo, singhiozzi e claudicazioni lungo le nere parallele delle pagine… Il verso libero è assurto a pretesto di un vertĕre dissoluto, dove più che la prosodia manca ogni estetica del battito, della successione melodica, dell’eufonia; la creatività ha ceduto il posto alla spregiudicatezza del figurato, quasi sempre nelle stoffe del pessimo gusto, perfino oltre la gran frittata barocca del padellon del ciel… del più scadente Giovan Battista. Oggi, come allora, il brutto è sangue genuino del bisogno di ottenere il consenso di un pubblico quanto più vasto possibile, di meravigliare l’ignoranza per adunare una plaudente platea di sguaiati ammiratori. Diversamente da allora, è parto e “valore” di un mercato sempre più avido, peculiarità di prodotti confezionati al solo scopo di venire, di essere venduti, per di più in dispregio della folla, che purché compri, crepi pure nella sua rozzezza! E rozzi è necessario che siano gli artigiani: non c’è spazio per la bellezza, non per la maestria, non per la sapienza. Alla gogna la cultura elitaria, riservata a pochi (per l’indolenza dei troppi): trionfi piuttosto il voltastomaco di massa, il cultus atque humanitas si chini verso il fango, giammai la melma sia purificata! I maiali grufolino nel letame: non hanno natura per sedersi a mensa.
Tutto – è naturale – con gran rispetto della dignità dell’uomo…
Contro questa rovinosa inclinazione – ma la massa dica pure trend -, io canto in 101 Sonetti [1], brindando al ritmo, ai contenuti, al pensiero, all’emozione ancora sincera, sia pure in un’età, la mia, che tramonta, in un’epoca, la nostra, già dentro la notte, sia pure nel tinnire di pochi calici eletti!

 

Amato Maria Bernabei

 
Palazzo Magnani a Reggio Emilia, Giano Bifronte, L’Anno Vecchio e l’Anno Nuovo
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[1] Il numero 101 è il primo palindromo di tre cifre, e nella sua natura bifronte si riconnette a Giano, divinità simbolicamente collegata con i due solstizi, che abbraccia il tempo dalla profondità del passato alla lontananza del futuro. Il dio Giano “è da mettere in relazione non solo al simbolismo dell’anno, ma più precisamente con le due parti dell’anno stesso. Infatti, se con una retta dividiamo il cielo in due parti, delle due porte solstiziali, l’una apre la parte ascendente del sole e l’altra la parte discen-dente: la prima sotto il segno del cancro e l’altra sotto il segno del capricorno. Quindi Giano simboleggia, come axis mundi, un’unità che racchiude due entità: le due porte solstiziali o celesti che sono le porte degli uomini e degli dei di pitagorico riferimento” (Franco Miceli). Per di più Giano “era il dio di tutti gli inizi. Iniziato è colui che inizia il cammino, che entra dalla porta degli uomini. Gennaio è il primo mese, il mese di Giano: JanuariusJanua è anche la porta. Il nome di Janus evoca quello di Eanus, una divinità fenicia, rappresentata da un serpente che si morde la coda (Uroborus) simboleggiante l’eterno scorrere del tempo, il rinnovo senza fine, il fluido vitale cosmico, il principio universale” (Dario Banaudi).

Quanto detto, per chiarire che la scelta del 101 è strettamente correlata al sentimento del tempo e della sua vulnerabilità, motivo dominante dell’intera opera, per quanto talvolta esplicito, talaltra sommerso, ma anche alla natura ambigua della vita, sempre disorientata fra il reale e l’ideale.

Amato Maria Bernabei

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La raccolta “101 sonetti”, impeccabile nella forma e imperitura nel contenuto, si configura come mirabile fusione di tematiche eraclitee ed oraziane, accenti tassiani, tonalità petrarchesche, visioni dantesche, cromatismi pascoliani, abissi ungarettiani, concezioni montaliane e meditazioni leopardiane. Nel Bernabei l’arte trascende lo spazio ed il tempo e si cristallizza nella perfezione che vince la morte e attinge la vita eterna.

Professor Massimo Bandini

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BREVE AUDIOSILLOGE (in fieri)

001 > Proemio: Il Sonetto                                testo
002  > Il fiore nuovo                                            testo
003 > Nostalgia 1                                                  testo
004 > Tempo 1                                                       testo
005 > 8 marzo 
(a Michele Del Bianco              testo
008 > Indifferenza
(video)                                testo
012  > Àncore                                                             testo

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