IL MITO DI FILÈMONE E BÀUCI

dal Poema epico-drammatico mitologico Mythos, di Amato Maria Bernabei

 * * * * *

   

  Nicolaes Lauwers, Giove e Mercurio nella casa di Filemone e Bauci (1640)

    Zeus
Non fu l’umanità prodotto illustre:
empia e rissosa la sapienza offende,
di crimine, non d’altro, pare industre. [1]                                       3

    Menestrello
La divina bontà troppo pretende
quando promana e dà la somiglianza,
ma da questa il potere non discende.                                              6

E se l’Olimpo non ha discrepanza,
odia, guerreggia ed ama oltre misura
ed al capriccio mostra sudditanza,                                                 9

esige poi dall’uomo la censura?
Dall’uomo che somiglia, ma non vanta
l’onnipotenza che in eterno dura. [2]                                            12

    Ermète
Ci sarà qualche segno, che fra tanta
corrotta umanità paghi l’offesa!? [3]  

    Zeus
Il fulmine aprirà l’acqua che ammanta! [4]                                 15

    Ermète
Un atto di clemenza, estrema attesa
della divinità che cerca un lume,
alla vendetta non ancora arresa.                                                  18

Dentro una veste che nasconda il Nume
cercheremo fra gli uomini, se resti
una salvezza nel perduto fiume. [5]                                               21

    Zeus
È una pietà che vanamente investi!
Pure sarò il viandante che proteggi
e tu sarai con me, come contesti. [6]                                            24

    Ermète
Quando si offusca il mondo che soleggi,
perché ritira l’abbagliante sfera
Apollo e le criniere dai veleggi. [7]                                                27

    Menestrello
La sera il giorno e la notte la sera
di luce in luce ruba fino al cupo
e per le cose non è mai sincera.                                                     30

Mentre l’uomo è più uomo ed è più lupo,
perché si stanca e dorme, oppure trama
come un becco che agguata sul dirupo,                                       33

scende il mantello, e il vento lo richiama,
lungo le chine dell’Olimpo, e veste
il pellegrino e la fortuna grama                                                      36

che cerca l’onestà senza più veste.
Come alla carestia che non dà grano
la fame invoca le dorate creste,                                                     39

gli Dei tentano sempre più lontano,
chi si commuova, se non sappia amare,
o chi risponda all’umiliante mano.                                                 42

Non c’è porta che sappia di ruotare
nella notte più perfida e più fonda,
che senta il miserevole bussare. [8]                                              45

    Ermète
L’ombra più fitta non dà più la sponda!
Una torcia per gli occhi ed un sapore,
un rifugio dal cielo e dalla gronda! [9]                                          48

    Menestrello
Il colpo sembra vuoto di rumore,
il grido, che ritira la tempesta,
o non esiste o intorbida l’umore. [10]                                            51

    Zeus
Per quella parte che discende onesta,
che ci accomuna e al mondo ci destina
uguali, ma che l’anima calpesta,                                                    54

uno sguardo soltanto alla rovina! [11]

    Menestrello
…ma l’acqua, il vento, e la distratta assenza
che va da sola e insieme non cammina. [12]                               57

    Zeus
E vorresti che viva la demenza
che si rinchiude, avversa e trova bocca
se per miseria implora l’indulgenza? [13]                                    60

    Menestrello
Tornisce il gatto quando non abbocca,
ma soffia quando un’ombra si avvicina,
stridendo, quando l’ombra non lo tocca,                                      63

se addenta e se ghermisce, la ferina
rabbia… ma spera e non desiste Ermète:
cede l’Olimpo, e cercano una china                                               66

oltre la Grecia e per impervie mete,
in abiti più sconci e lacerati,
dove la Frigia innalza la sua quiete. [14]                                      69

E presso una collina ed agli ingrati
orti palustri, stenta una capanna,
di stipiti traversi ed addossati                                                        72

sotto il tetto leggero della canna.
Di sera, dove il legno non connette,
l’autunno porta già, quando si affanna,                                        75

il respiro e l’inverno che promette. [15]
Non chiede alla pietà, perché non dona,
ma sorregge nel modo in cui credette,                                         78

l’espediente che l’umile impersona.
Lo sguardo che comprende è sulla soglia
e modera il pendio mentre lo sprona,                                           81

non si scherma nel guscio e non imbroglia. [16]
Filèmone dischiude, Bàuci scosta
la cenere e raduna qualche foglia                                                 84

e qualche ramo dove fu nascosta
la brace, che scrosciando torna viva,
ed alla fiamma il recipiente accosta.                                             87

Spicca le carni e prende dove stiva
la frugale provvista, ed imbandisce
…eppure sente il giorno che deriva.                                              90

Ed ancora si presta, ed accudisce,
invita al pasto nei sapori sani
dentro il faggio prezioso ed abbellisce                                          93

la mensa di sorriso. [17] Di nostrani
tralci l’odore, nello stesso legno
versato, invoglia, da tremanti mani…                                          96

spinge al sorso Filèmone, nel segno
dell’auspicio, che il Cielo condivide
contro l’umanità senza ritegno                                                      99

che in quella umanità più forte stride. [18]
Si addensa il nero sul vermiglio falso
che promette sereno a chi lo vide,                                              102

come avverte sperando il detto invalso.
La mano sulla tavola ripone
vuota la coppa che l’augurio è valso                                          105

e che al prodigio il concavo dispone.
Fermenta il faggio come fosse mosto
e fino all’orlo il sorso ripropone.                                                  108

Se nelle prime crete avesse imposto
di ritrovare stelle alla vecchiezza
Prométeo, che scolpisce e non sa il costo,                                  111

la meraviglia avrebbe la vivezza
della prima pupilla che si accende
al tempo della pura tenerezza.                                                     114

Però dalla stagione non discende
né dal giudizio l’istintiva preda
dello sgomento che l’ignoto apprende. [19]                               117

    Bàuci
Non so l’errore e il debito che chieda
il vino ricolmando il legno vuoto,
ma più che la miseria non conceda,                                            120

testimoni gli Dei, demmo al devoto
asilo, o forse l’ala che tenemmo,
unica, in serbo, offese e diede moto                                            123

all’ira… [20]

    Filèmone
                  Non fu quello che volemmo,
ma se reclama il vino la coscienza,
non c’è bene che al torto non daremmo… [21]                         126

    Menestrello
Sull’anca vacillante l’inclemenza
insegue irraggiungibile e sfuggente
e sembra inoperosa l’impotenza.                                                 129

Sorregge Ermète e ferma l’avvilente
sforzo, risparmia a Bàuci la preghiera
Giove, che rassicura, e l’incombente                                          132

sorte rivela e la sembianza vera. [22]

 Zeus
L’umanità che sempre si lamenta
volle la condizione e si dispera,                                                    135

nel peggio che l’indusse si alimenta:
impreca, oltraggia, vuole e non concede,
piuttosto si nasconde, oppure addenta.                                     138

Ogni porta si spranga quando vede
e non risponde, come fosse sorda,
e nessuno, da sempre, si ravvede!                                               141

Strariperà dal cielo per l’ingorda
gola, dai fiumi l’acqua, come fune
che soffochi il respiro e spenga l’orda                                         144

che va ululando sotto queste lune.
Ma l’accoglienza pia dà la salvezza,
verde sulla distesa delle dune. [23]                                             147

    Filèmone
Intinge cortesìa nella tristezza
la grazia che, salvando, gli altri annega,
di più per condivisa giovinezza! [24]                                          150

    Ermète
Per questa nobiltà che non vi piega,
ed anzi alla sciagura dà sconforto,
la divina giustizia non rinnega                                                     153

la pena, e nel favore non fa torto.

    Bàuci
Dacci lo sguardo estremo…[25]

   Menestrello
                                                   Fuori è notte
senza una stella e senza un legno corto;                                    156

ma il fulmine di Giove squarcia grotte
di luce al passo lento che si gira
all’orizzonte, che l’istante inghiotte.                                            159

Il vento si rincorre in una spira,
il rombo spacca e più lontano scuote,
e scoppia il cielo che ha repressa l’ira.                                        162

È l’alba. Dalla cima le remote
alture, nel barlume senza fuoco,
non sovrastano più le conche vuote                                           165

e gli abitati sparsi dentro il gioco
dei verdi e delle pietre, e nei panneggi
estesi delle ombre… il vento, roco                                               168

come avesse veleno nei canneggi,
urtò la notte e capovolse il mare
e lo distese nero sugli alpeggi.                                                      171

Dovunque l’acqua, e sconfinate, amare
costiere di silenzio. Un solo tetto
che ancora trema nelle paglie chiare,                                         174

perché fu generoso, fu protetto…
ma già la stoppia sembra che scintilli
diversa e che si muti in altro aspetto…                                       177

Come dal boccio spuntano i pistilli
e il petalo si piega e si dispone,
che il fiore pare quasi che zampilli,                                              180

i tronchi sono marmo sul frontone,
la canna secca intarsia fregi d’oro
e la capanna in tempio si compone. [26]                                    183

    Zeus
L’esistenza trascorsa nel decoro
e l’umana pietà con la divina
che del sommo volere fa tesoro,                                                  186

un desiderio al consenso destina. [27]

    Filèmone
Eleggi al tempio ed alla sacra benda
fino a quando la vita non reclina.                                                189

Se stupisce che il resto non intenda,
il tempo e la misura niente chiede!
Fa’ solo che la morte non ci offenda,                                          192

e che sospinti nell’eterna sede
io non la seppellisca e non la pianga,
e lei non pianga quando l’ora cede,                                             195

ma nella morte io con lei rimanga. [28]

    Menestrello
L’Olimpo il culto con il tempio accorda,
e fa che l’uno l’altro non compianga.                                          198

Ancora c’è qualcuno che ricorda
chi vide il tempio, e vide presso il ciglio
chiedere braccia al vento che raccorda,                                    201

dove fu la capanna, quercia e tiglio. [29]



[1] L’umanità non fu un “prodotto” illustre: empia e litigiosa offende costantemente la sapienza divina, si industria e si impegna nella ricerca di nient’altro che di azioni criminose.
[2] La divina bontà (con sfumatura ironica) pretende troppo, dal momento che crea un essere a cui dà somiglianza divina, ma non gli attribuisce alcun potere, né tanto meno l’immortalità. E se gli Dei non sono molto diversi dagli uomini, capaci di odiare, di fare la guerra, di amare smodatamente e di essere sudditi dei loro capricci, come possono pretendere poi che l’uomo censuri le sue azioni?
[3] Ci sarà pure almeno un segno che, fra tanta umanità corrotta, risani l’affronto che gli uomini hanno fatto agli Dei!
[4] Zeus è già al limite della pazienza: il fulmine, come precursore della pioggia e come ira divina, aprirà le bocche del cielo perché rovescino tanta acqua da ricoprire la terra emersa.
[5] Pazienza estrema, estremo tentativo chiede Ermète, un atto di clemenza divina, in cerca di una luce di speranza e di onestà, prima di arrendersi del tutto alla vendetta e di punire l’umanità con un’alluvione. Ci travestiremo e scenderemo fra gli uomini per cercare qualcuno da salvare nel fiume di un’umanità perduta (“salvezza” include sia l’eccezione che salva che l’eccezione da salvare).
[6] Credo che tu impegni inutilmente la tua pietà verso gli uomini, ma voglio accontentarti: mi farò pellegrino insieme con te, che sei il protettore dei viandanti, e tu mi accompagnerai nel modo che suggerisci, opponendoti al mio volere immediato.
[7] Allora agiremo nell’ombra, quando il mondo al quale tu dai il sole diventa buio perché Apollo, preposto alla guida del carro solare, ritira dalle “navigazioni” celesti l’abbagliante sfera di fuoco ed i cavalli che trainano il cocchio.
[8] La sera ruba il giorno e la notte ruba la sera, sottraendo, prima l’una, poi l’altra, gradualmente la luce al mondo e non essendo, sia l’una che l’altra, mai sincere per le cose, che non rivelano come sono, confondendole fino a nasconderle del tutto. Di notte, mentre l’uomo dorme, stanco per la fatica, ed è per questo più uomo nella sua debole umanità, ma è più feroce nella sua perfidia se trama nell’ombra, in agguato come un’aquila su un dirupo, avvolti in un mantello da viandanti che il vento risucchia sollevando, Zeus ed Ermète, nei panni di uomini dalla sorte povera ed infelice, scendono lungo le pendici del monte Olimpo per cercare fra gli uomini quel barlume di onestà di cui più nessuno sembra rivestirsi. Nello stesso modo in cui la fame chiede alla carestia le spighe dorate gonfie di chicchi, gli Dei cercano chi, se anche non sa amare, almeno sappia commuoversi, o sappia dare un segno di solidarietà alla mano che méndica, umiliando chi la stende. Però non c’è porta che si ricordi di poter ruotare sui cardini, che abbia orecchie per sentire che bussano.
[9] Ermète batte ad una porta ed implora: l’ombra sempre più fitta impedisce di vedere il ciglio della strada (sponda); un po’ di luce in questa oscurità, un boccone di cibo, un riparo dal cielo che rovescia tempesta e da questa condizione di “grondaia” che raccoglie tutta l’acqua.
[10] Il colpo è come se fosse vuoto (sembra vuoto di rumore), nessuno lo sente, e il grido, l’implorazione che la tempesta risucchia (che ritira la tempesta) sembra non esistere, o non incontra una disposizione d’animo favorevole, intorbida, urta l’umore.
[11] Zeus bussa ad un altro uscio: per quella parte di noi che è di origine divina (che discende onesta), che ci accomuna e tutti ci destina a godere in ugual modo dell’eredità materiale, per quel divino che è in noi, ma che noi offendiamo, negando alla nostra anima di manifestarlo (ma che l’anima calpesta), ci venga concesso anche un solo sguardo, un po’ di attenzione per la nostra condizione degradata e degradante, per il nostro disfacimento. (Che poi la parte divina sia quella “buona”, onesta, è parere di Zeus, che gli esempi dati dagli Dei agli uomini certo non suffragano).
[12] Nessuna risposta. Solo il rumore dell’acqua e del vento e l’assenza distratta (volutamente) che preferisce essere da sola, e non cammina mai insieme con gli altri (la sostanza dell’egoistica visione dell’esistenza).
[13] Zeus si rivolge ad Ermète: e tu vorresti che io lasciassi sopravvivere questo tipo di alienazione che si chiude in se stessa, è ostile agli altri o trova sbocco verso di loro e bocca per articolare parole soltanto quando ha bisogno?
[14] Il gatto si strofina ruotando intorno quando non ha niente da mettere in bocca (e vuole ottenere qualcosa; “abbocca” è transitivo e sottintende il cibo), ma appena scorge un’ombra avvicinarsi, soffia e stride la sua rabbia ferina prima ancora che l’ombra lo sfiori se addenta la carne e la trattiene con le unghie. L’iterazione del “quando” lega fortemente i comportamenti alle circostanze. Ermète non si rassegna ancora: Zeus lo asseconda, e le due divinità cercano allora una china oltre la Grecia, nel continente asiatico, per tragitti impervi, dove la Frigia innalza le sue tranquille alture, in abiti sempre più logori ed indecenti.
[15] Giungono così nella zona paludosa presso una collina, dove una capanna appena riesce a stare in piedi, costruita con tronchi posti di traverso, ammassati gli uni agli altri e sormontati dai fusti e dalle foglie di un canneto, che intrecciano il tetto; la capanna è circondata da un magro orticello di palude. (Stìpiti sono i tronchi delle palme o quelli ad essi simili, e qui è vocabolo usato estensivamente, non comunque nell’accezione di “piedritti”). La sera, quando la temperatura diventa più rigida, l’autunno porta già, nei giorni più inclementi, l’affanno del vento freddo, e dell’inverno rigido che annuncia, attraverso le fessure lasciate dai tronchi addossati, non bene accostati.
[16] L’espediente di nascondersi nei panni del viandante indigente non ha bisogno di chiedere nulla alla pietà [intesa non come commiserazione, ma come “sentimento di dolorosa e premurosa partecipazione all’infelicità altrui” (Devoto)] perché questa non elargisce elemosine, ma aiuta spontaneamente ed in modo coerente e proporzionato alla fiducia che dimostra alla vista del bisogno (pietà che si unisce dunque alla stima per l’uomo, poiché non mette in dubbio la condizione nel suo apparire). Gli Dei questa volta non devono bussare: lo sguardo solidale e comprensivo di Filèmone e Bàuci è già sulla porta di casa, ad attenderli, ad aiutarli con la presenza e la disponibilità, rendendo meno faticoso il tratto in pendio che conduce alla casa, anzi quasi accelerandolo, spronandolo con la garanzia dell’assistenza. Filèmone e Bàuci non si comportano come gli altri uomini, non si rinchiudono nel loro guscio, non accampano scuse, egoisti ed indifferenti.
[17] Filèmone apre la casa agli ospiti e li accoglie, Bàuci scosta la cenere e mette sulle braci rimaste accese foglie secche e rami, che subito prendono fuoco: crepitando nei rametti e nelle foglie secche, la brace torna viva nella fiamma e Bàuci accosta al focolare i recipienti per preparare il cibo. Bàuci si impegna in ogni modo per accogliere gli ospiti dignitosamente: spicca la carne di maiale dal soffitto e prende le frugali provviste dal ripostiglio, dove le stiva, le ripone accostate, e le prepara sulla tavola (imbandisce, per esprimere l’importanza che la vecchia attribuisce al compito); fa tutto questo in modo solerte, nonostante avverta il peso degli anni. Continua a darsi da fare infaticabilmente e con cura, rende invitante il cibo dai sapori genuini che serve dentro piatti di faggio prezioso (il pregio non è assoluto, e sta nel sentimento che anima Bàuci) ed aggiunge a tutto il tocco più importante: la gentilezza, l’affabilità, il sorriso.
[18] L’odore di vino preparato in casa, versato in coppe, anch’esse di faggio, dalle mani tremanti di Filèmone, mette voglia. Filèmone invita gli ospiti a brindare, in segno di augurio, e gli Dei condividono, soprattutto al confronto con quella umanità che ha loro spudoratamente rifiutato qualunque aiuto e che contrasta in modo più forte con l’umanità che invece dimostrano Filèmone e Bàuci (nel primo caso il termine umanità va inteso come “genere umano” e come deteriore sentimento di partecipazione alla specie, nel secondo come sentimento di solidarietà, di buona disposizione verso gli altri).
[19] Fuori, sul tramonto rosso che promette sereno, si addensano nuvole nere, smentendo il diffuso detto (“rosso di sera…”) e rendendo falso quel rosso di speranza. Il diluvio incombe! Dentro l’abitazione dei due vecchi, intanto, vengono appoggiati sul tavolo i bicchieri di faggio usati per il brindisi, che nella loro cavità si preparano al prodigio. A un tratto sembrano infatti fermentare come mosto e si riempiono da soli fino all’orlo, invitando di nuovo a bere. Se Prométeo, che modella i primi uomini nella creta e non conosce il costo della sua opera (in termini di affanni per il genere umano) avesse imposto alla vecchiaia di rivivere le luci, gli stupori, i sogni della giovinezza, la meraviglia negli occhi di Filèmone e di Bàuci avrebbe la luce e la vivezza dello sguardo di fronte alle prime scoperte al tempo della freschezza incontaminata dell’infanzia (ma anche della tenerezza che i modi di quell’età suscitano). Non dipende però dall’esperienza né dalle facoltà razionali quell’istintiva “caduta in balìa” della paura di fronte all’ignoto, in quanto caratterizza ogni età.
[20] Non so quale errore abbiamo commesso né quale debito ci chieda il miracolo del vino che riempie i bicchieri vuoti; ma chiamiamo gli Dei a testimoni che facemmo di più di quanto la nostra miseria ci permetta per onorare l’ospitalità che per noi è sacra; o forse ha suscitato l’ira di qualche divinità il fatto che abbiamo conservato e non immolato l’unica oca che possediamo.
[21] Quello che è accaduto non l’abbiamo voluto di proposito, ma se il prodigio del vino vuole richiamarci ad essere più coscienziosi, ebbene, non c’è nulla che noi non faremmo per riparare al torto fatto.
[22] L’inclemenza degli anni insegue l’oca sull’anca vacillante, ma non riesce a raggiungere se stessa, continuamente sfuggente, e l’incapacità di attuare il proposito sembra a Filèmone negligenza, cattiva volontà, indolenza. (Gli attributi sono riferiti all’inclemenza per trasposizione, perché non è tanto l’oca così abile da essere irraggiungibile e sfuggente, quanto inadatta l’età di Filèmone che insegue l’oca per immolarla agli Dei, senza successo). Ermète aiuta il vecchio a non cadere e ne ferma i tentativi avvilenti, mentre Zeus risparmia a Bàuci le preghiere, rassicurando la coppia e finalmente rivelando la sembianza vera e la sorte che incombe sull’umanità.
[23] L’umanità, che non fa altro che lamentarsi e disperarsi, si procurò con la sua malvagità l’infelice condizione in cui versa, ma si alimenta nelle peggiori malvagità che tale condizione indussero: impreca, oltraggia (gli uomini e gli Dei) chiede sempre e non dà mai niente, piuttosto si nasconde quando gli altri hanno bisogno, oppure è pronta ad azzannare. Quando scorge qualcuno che si avvicina, ogni porta si spranga, e come fosse sorda nemmeno risponde; per di più ormai da sempre nessun uomo si pente e cambia comportamento. Dal cielo e dai fiumi strariperà acqua che riempirà le gole ingorde degli uomini (per le ingorde… è complemento di svantaggio) e soffocherà come una fune il respiro del branco famelico che va ululando sulla terra. La vostra “umana” e devota accoglienza, come un ritaglio verde nel deserto dell’umanità, sarà però la vostra salvezza (pia è monosillabo per sinèresi).
[24] La grazia che salvando noi condanna gli altri ad annegare, bagna la cortesìa, che ci viene elargita, nella tristezza profonda, specialmente al pensiero di perdere quanti con noi hanno condiviso la giovinezza.
[25] Proprio per questa vostra nobiltà d’animo che non vi piega (alla disonestà), ed anzi dimostra sconforto per la disgrazia altrui, la giustizia divina non si ricrede e si convince che accordando a voi la grazia, certo non fa torto agli altri (che meritano quanto sta per accadere). Bàuci implora un ultimo sguardo agli scenari familiari, ma sembra quasi invocare la morte (lo sguardo estremo è anche la morte) pur di non assistere alla rovina delle cose e degli uomini.
[26] Fuori l’oscurità è profonda: il cielo non ha una stella, coperto evidentemente da nuvole immense, e nessun fuoco di breve durata (legno corto, mentre le stelle sono “eterne”) si vede fiammeggiare intorno. Filèmone e Bàuci, mentre salgono lentamente lungo il pendio che li porterà in salvo sulla vetta, volgendosi indietro possono ugualmente scorgere i luoghi che abbandonano negli istanti dei fulmini che aprono grotte di luce nella notte, presto risucchiate. Il vento si avvolge su se stesso, il tuono spacca lo spazio e lo scuote allontanandosi, e il cielo fa esplodere l’ira repressa. È l’alba. Filèmone e Bàuci sono arrivati sulla cima del monte con gli Dei e guardano le alture circostanti fino alle più lontane, illuminate dal primo chiarore che non ha ancora il fuoco dell’aurora: le montagne non dominano più le valli e gli abitati sparsi tra il verde e le rocce, dentro gli ampi drappeggi delle ombre. Il vento, che soffiava roco, quasi avesse nei tubi di ottone (canneggi) il veleno, urtò violentemente la notte e capovolse il mare, distendendolo livido fino al livello dei pascoli estivi di altura. L’acqua aveva invaso tutto e dovunque si stendevano litorali sconfinati e tristi di silenzio. Soltanto le paglie del tetto della capanna “generosa” di Filèmone e Bàuci sono intatte ed ancora mosse dal vento (l’espressione contiene anche un secondo senso: la capanna sembra ancora tremare dalla paura per il rischio corso). Le stoppie sembrano già annunciare lo scintillìo dell’oro e cambiare aspetto. La povera capanna di tronchi e canne, si trasforma in tempio splendido: come un bocciolo si schiude, quasi zampillando, in fiore, il legno si trasforma in marmo (“frontone” sta per “facciata”) che la canna secca, diventando oro, decora ad intarsio.
[27] La vostra esistenza condotta decorosamente, la pietà verso gli Dei e verso gli uomini con cui avete dimostrato di aver fatto tesoro del volere divino, vi danno diritto ad un desiderio che potrà essere esaudito.
[28] Concedici le sacre bende sacerdotali nel nuovo tempio fino alla morte. Se non abbiamo altri desideri (che il resto non intenda) è perché l’età ed il senso della misura non permettono di fare altra richiesta. Fa’ che la morte non ci faccia soffrire, che riposiamo insieme sottoterra e che nel momento in cui saremo sospinti nella sede eterna io non debba seppellire e piangere Bàuci e lei non pianga me, fa’ in modo, invece, che io (monosillabo per sinèresi) rimanga con lei nella morte.
[29] Zeus asseconda i desideri dei due vecchi: li assegna al tempio, concede loro l’ufficio di sacerdoti, e fa in modo che, al momento stabilito, muoiano insieme, mutandoli in alberi. Qualcuno ancora ricorda chi vide il tempio e poté scorgervi a fianco una quercia ed un tiglio aspettare che il vento intrecciasse in un abbraccio i loro rami.

Amato Maria Bernabei, Mythos, poema epico-drammatico, Marsilio, Venezia 2006

Scheda di presentazione    Intervista all’autore di Mythos

Presentazione al Pedrocchi, Padova

RICHIEDI MYTHOS IN FORMATO PDF ALL’INDIRIZZO
amato.bernabei@gmail.com

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