PASSIO

Atto unico in quadri ed un prologo


Da una vita di pensiero “laico”, da liriche d’amore e drammi esistenziali, un’inattesa opera religiosa di dubbi e di certezze tradotti in una tridimensionalità filosofica,
nella sicurezza dell’Empio che dissacra,
nell’incertezza del Girovago che dubita,
nell’assolutezza dell’Angelo che detta verità;
un’opera che osa, forse con irriverenza, un metro antico;
un’opera che la civiltà dei prodotti di facile consumo probabilmente ignorerà.

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       Il dramma si annuncia con interrogativi ribelli ed inquietanti:
perché Dio porta nell’eternità i segmenti del tempo, che la negano, e offende l’infinito, dichiarando con il desiderio e l’atto della Creazione che all’infinito manca qualcosa? Perché sia nella durata che nella dimensione riduce l’immenso al piccolo: l’eternità al tempo, lo spazio senza limite allo spazio definito? Come può accadere che l’infinito sia carente?
Dov’era il mondo nell’immenso che tutto doveva contenere e al quale adesso, in un gesto incomprensibile, Egli assegna dei contorni? dove separa le acque dalle terre e chiama le acque mare e di questa idea è contento, separa e rende conflittuali gli opposti e dunque contrappone alla vita la morte? Perché, se è onnisciente e dunque già sa (ma sembra che progetti – e la cosa lo riempie di soddisfazione -), pensa con crudeltà di offrire all’uomo il Paradiso terrestre, con un atto ingannevole, dotandolo di un’indole debole, sottoponendolo a un divieto e lasciandolo “libero” di scegliere di fare o non fare ciò che invece inesorabilmente farà perché è già stabilito che faccia, con la condanna a non avere più pace? Perché se già conosce tutto questo non rinuncia a danneggiare l’uomo?

L’insidia troverà campo fertile: Hawa (Eva) cederà alle lusinghe del serpente…
“Perché puoi pascolare su ogni prato e non puoi nutrirti di questa biada? Perché nella beatitudine che vi è concessa c’è un divieto? Spicca un pomo e con esso il senso di questa proibizione e il buio del mistero si diraderanno… Se intuisci quello che voglio dirti senza spiegartelo, allora penserai bene di mangiare il frutto, saprai che io ti consiglio e non voglio obbligarti… Pensa, ma pensa davvero… e dimmi: perché tutto è permesso e questo no? Per quale motivo la conoscenza dovrebbe rendere l’uomo malvagio e distruggerlo? Al tiranno fa comodo l’ignoranza del suddito, non certo il suddito che sa e ragiona o impara troppe cose dalla sua esperienza [...] Non venni a te con pensieri ingannevoli e fa’ tesoro di ciò che sto per aggiungere a quello che dicevo, in modo che tu possa disperdere i tuoi innocenti e prudenti dubbi. La verità è più luminosa e chiara dell’oro: quest’albero nasconde l’invidia divina perché il suo frutto è in grado di regalare una dote che attenterebbe all’unicità della divinità. Ora non conosci e non sospetti la mala fede… ma tu assaggia soltanto un frutto e la slealtà divina ti  sarà del tutto evidente! [...] Chi guarda in basso non riuscirà mai a vedere il volo di uno stormo o penserà che le stelle siano dentro il lago, supporrà di scorgere una montagna guardando invece un sasso! Se io non alzo la vista mi accontento, però volli capire la linea che demarca le due realtà separate che vengono vagamente additate dal battere lesto delle ciglia. Quelle realtà che in modo invece eclatante sono espresse dal giorno che abbaglia sempre come il bianco di un giglio, e dalla notte, in cui la luce si frantuma in grani impolverando il cielo buio come fosse miglio”.

Hawa coglie il frutto proibito e la tragedia del peccato e della redenzione prende inizio.

Di fronte alle certezze provocatorie dell’Empio fiorisce nel dramma il dubbio dell’uomo che vaga alla continua ricerca della verità: “Io vedo le cose in modo diverso anche se non riesco a contestare fino in fondo, perché non sono in grado di avvalorare l’ipotesi opposta; infatti a volte sono immerso nel dubbio e ne ho timore se mi soffermo troppo a lungo a considerarlo, perché so che il pensiero umano ne esce sempre sconfitto, come succede al tentativo di camminare al buio, destinato a fallire nell’urto contro qualche ostacolo a causa della vista umana che non ha possibilità contro la tenebra ostile. I limiti dell’occhio permettono all’uomo di vedere bene soltanto in piena luce;  tuttavia se questa fosse mancata, lo sguardo non avrebbe mai potuto cogliere le forme e i colori, li avrebbe addirittura negati, né tanto meno avrebbe potuto distinguere le cose con raffinata accuratezza.
Mi accanisco nel cercare spiegazioni e i risultati sono sempre inadeguati; ma proprio allora, rendendomi conto della limitatezza delle risorse umane, non mi sembra più strano il fatto che certe cose non si assoggettano alle facoltà interpretative dell’intelletto”.

                         Alle sfrontate accuse dissacranti dell’Empio ed ai saggi dilemmi del Girovago, fanno da contrappunto gli anatemi e i dogmi dell’Angelo: “Nelle tue sferzate, Empio, freme purtroppo la rivolta che per orgoglio portò Lucifero a dissipare il patrimonio di cui godeva nella sfera celeste. Anche la mente scossa dal dubbio si rende conto che all’uomo non fu tolta la libertà, se considera i motivi dell’incarnazione e della passione, sottolineata al momento della morte di Cristo dal crollo del tempio di Gerusalemme. Se l’infinito come tale ha in sé il nulla e il tutto, contemporaneamente va oltre se stesso e contiene il limite che continuamente dilata per abbracciare elementi di cui prima non aveva traccia (un infinito in espansione, nel quale in ogni momento c’è tutto e manca tutto, e in cui in ogni momento il tutto che manca è colmato). Per questo alla sua natura non può essere pertinente nessun giudizio umano, sempre parziale, che non è in grado di comprendere la ragione intera. Gli opposti scaturiscono da un’unica radice e si orientano a due antitetici versi, ma come accade per gli oggetti riflessi da uno specchio, che appaiono contrapposti nel verso, capovolti, ma identici, in un perfetto accordo, dunque, che li fonde e non li divide.

L’occhio che ha una visuale stretta, non può abbracciare l’intero giro e si accontenta di un arco che appena riesce a cogliere, senza poter stabilire connessioni con la rimanente parte della circonferenza.
Dio dunque cercò di favorire l’uomo (negandogli la conoscenza degli opposti, che per la sua insufficienza non avrebbe mai potuto essere totale), sottraendolo alle conseguenze dei propri limiti che lo avrebbero reso sciocco dandogli la presunzione di conoscere tutto nella conoscenza del poco. Il Bene e il Male in un’ottica ristretta sono divisi, e l’uno nasconde l’altro, mentre invece convivono in un solo concetto! Soltanto l’infinito può e sa metterli in relazione, mentre la visione piccola e parziale li separa al setaccio e finisce per invischiarsi nella tela della limitata ragione. Se l’umanità avesse continuato ad ignorare tale distinzione, non avrebbe varcato mai le porte che permettono di affacciarsi sull’apparente contrasto e che rendono amara (per le sue conseguenze) la conoscenza, segnando la sorte infelice dell’uomo… ma Dio non chiuse definitivamente il varco e volle lasciare all’uomo la libertà di scegliere: e l’uomo scelse, in effetti, ma quello che non avrebbe dovuto, e così scoprì la pericolosa antitesi, ed ebbe la vita e la morte”.

L’accesa dialettica tripartita si insinua come dibattito e come commento fra le scene della passione e della morte del Cristo, che toccano il vertice della tragicità nella disperazione di Giuda, enfatizzata dal legno spietato degli ulivi che si contendono il privilegio di essere forca per l’impiccagione, e nella lapidaria scena finale del Golgota, dove il martello sul Monte inchioda il cielo

Amato Maria Bernabei

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PREFAZIONE DELL’EDITORE

Sebbene le opere ispirate al tema della Passione di Cri­sto siano moltissime tra letteratura, arte, musica, teologia e spiritualità in generale, Amato Maria Bernabei rie­sce, in questo poema, ad offrirne una lettura originale e nuova, tale da rendere fiero l’editore che ambisca a realiz­zare libri dalla veste e, soprattutto, dai contenuti non con­venzionali. Non alludiamo soltanto all’uso, sapiente e consapevole, della terzina dantesca: la maestria di Berna­bei è ben nota e non stupisce quindi l’abilità nell’utilizza­re il metro classico evidenziandone, nel contempo, la le­gittima modernità, il più possibile scevra da aulicismi lin­guistici o sintattici. A rendere l’opera unica è l’intarsio di quadri e situazioni di varia derivazione e ispirazione, che si affiancano al racconto del calvario: la Passione è raffigu­rata seguendo con fedeltà il canone evangelico, ma risulta arricchita e fecondata da numerose digressioni nel tempo e nello spazio, dalla cacciata dall’Eden a scene (e ricordi personali) di devozione popolare. Soprattutto, la narrazio­ne s’intreccia con i dialoghi tra l’Empio, l’Angelo e il Giro­vago, personaggi chiave – che esprimono rispettivamente l’irrisione blasfema, la dottrina dogmatica e la ricerca dubbiosa, ovvero due posizioni contrapposte e una me­diatrice – frutto per intero della creatività del poeta e nei quali si palesa l’autentica innovazione dell’insieme. Ber­nabei affida infatti a queste tre voci il compito di articola­re la riflessione teologica posta alla base del poema, spin­gendo all’estremo la meditazione sul dilemma della libertà, a fronte di un Creatore onnisciente e onnipotente, e sul tema parallelo della colpa identificata soprattutto con il desiderio, anche in senso propriamente carnale. Argo­mento, questo, tutt’altro che limitativo, avendo l’insegna­mento della Chiesa millenaria identificato proprio nella concupiscenza il paradigma stesso dell’idea di peccato, ma anche perché ogni discorso non può effettivamente passare che di qui, dal rapporto tra spiritualità e corporei­tà: il corpo, con tutto quanto gli è proprio, non è semplice involucro, bensì il confine – come una membrana osmoti­ca – tra l’”altrove” (il cosmo creato, l’ambiente esterno, gli altri) e il sé di ciascun individuo, custode della propria na­tura più profonda e sublime. Inevitabile, quindi, che l’in­contro-confronto si compia precisamente lì, sull’esatto crinale tra umanità e divinità.

Questa sacra rappresentazione esplora il significato del patto originario, e pertanto della stessa Creazione, secon­do la prospettiva della creatura gravata di limiti e imperfe­zioni, d’intemperanze e sfrontatezze, ma anche d’una ge­nuina aspirazione a reperire un senso al nostro breve tra­gitto in questo mondo. Il calvario vissuto da Cristo, facil­mente comprensibile se letto in senso puramente storico (la vicenda di un predicatore “scomodo” e ferocemente eliminato), sotto il profilo spirituale necessita di ben altra interpretazione: Bernabei ci invita a comprendere l’effetti­vo perché della Passione, confrontandola con il punto di vista della condizione umana. L’intreccio dei quadri, e dei personaggi, ha esattamente tale scopo, a nostro avviso mi­rabilmente raggiunto.

Stefano Valentini
La Nuova Tribuna Letteraria

Hanno detto di “Passio”    —   PASSIO: INTERVISTA SU 7 GOLD

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