SPARTITO A QUATTRO VOCI

di
Amato Maria Bernabei    Piergiorgio Boscariol
Vincenzo Grasso    Enzo Ramazzina

 

 

NOTA INTRODUTTIVA

Da quando “la scrittura che va a capo” ha accolto una versificazione arbitraria e stravagante, orfana di un passo di vera musica, sia pure nella libertà dagli schemi; da quando tale facilitazione ha reso possibile a tutti l’illusione di accostarsi alle fonti del Parnaso; da quando le banalità delle schiere dei sedicenti e dei dagli-altri-detti [1] poeti hanno abdicato alle elaborazioni originali e profonde, alle grandi visioni, del mondo, della vita, dell’uomo, degli “ispirati musicisti della parola”, optando per malaticci suoni di voce, per appassiti sentimenti, per enigmistiche trovate, per blande lallazioni, miste magari ad un vuoto sollazzo di lemmi, ora stantio, ora marinisticamente mirabolante; da quando il componimento “poetico” è divenuto l’unica arte che può essere praticata prescindendo dalla perizia tecnica, la POESIA, in quanto “momento in cui si realizzano individualmente e si rendono intelligibili le possibilità creatrici e suggestive delle intuizioni e della fantasia” [2] va rintracciata soltanto in  qualche grande pagina, sempre più rara, di letterarie eccezioni, mentre come genere, se non è estinta, agonizza. 

Le cause di un processo così destruente – uso non a caso un termine medico di fronte ad una vera e propria patologia – sono a tutta prima attribuibili alle logiche del mercato, responsabili della crisi generale di ogni valore di fronte all’egemonia di un “disvalore” unico: il denaro. Non è tuttavia da sottovalutare quanto Jean Baudrillard sostiene sull’estetizzazione del mondo [3]: “L’arte è passata ovunque nella realtà. Si dice che l’arte si smaterializzi. È esattamente il contrario: l’arte oggi è passata ovunque nella realtà. È nei musei, nelle gallerie, ma altrettanto è nei detriti, sui muri, nelle strade, nella banalità di ogni cosa oggi sacralizzata senza altra forma di procedimento. L’estetizzazione del mondo è totale. Come abbiamo a che fare con una materializzazione burocratica del sociale, una materializzazione tecnologica del sessuale, una materializzazione mediatica e pubblicitaria del politico, così abbiamo a che fare con una materializzazione semiotica dell’arte. È la cultura intesa come ufficializzazione di tutto in termini di segni e di circolazione di segni. Ci si lamenta della commercializzazione dell’arte, della mercantilizzazione dei valori estetici. Ma questo è un vecchio ritornello borghese e nostalgico. Bisogna ben più temere, al contrario, l’estetizzazione generale delle cose”. Analisi acuta che, però, non accenna all’eziologia dell’estetizzazione dell’universo delle cose, che a mio avviso va pur sempre ricondotta alle istanze della produzione, del consumo e del profitto, quando non sia figlia di deliri concettuali, come il suprematismo di Kazimir Severinovič Malevič, mirante a liberare l’arte dal mondo oggettivo. Qualunque esito implica qualcosa che lo generi, a dispetto della critica mossa dallo scozzese David Hume al principio di causa-effetto. L’estetizzazione di cui parla Baudrillard non nasce quindi dal nulla, ma è il frutto di istanze collegate al tornaconto, figlio legittimo e losco delle esigenze di mercato, in senso ampio. Se una scatoletta di trenta grammi di feci d’artista, il capolavoro di Piero Manzoni, è quotata alcune centinaia di migliaia di Euro (un esemplare, di ben 90 deiezioni, fu aggiudicato nel dicembre 2016 per 275 mila euro, compresi i diritti d’asta, presso la casa milanese “Il Ponte”), l’estetizzazione dello sterco appare vincolata strettamente alla visibilità di cui necessitano i prodotti per essere apprezzati e venduti, a costo di qualunque assurdità capace di suscitare sbalordimento, se non addirittura prurigine.

Anche la Letteratura si è adeguata, e pur di conseguire fama e profitti tramite una folla smisurata di plagiati, di stupefatti o di allocchi, impagina e vende evacuazioni d’artista in quantità.

Di fronte a siffatta impostura [4] ed alla prospettiva che ne consegue, circa due lustri fa Vincenzo Grasso, Piergiorgio Boscariol, Amato Maria Bernabei ed Enzo Ramazzina, convergendo sull’idea di dover mettere in atto qualche tentativo per evitare l’accelerazione di un fenomeno così sconcertante, fondarono l’Associazione Dante Alighieri – Laboratorio di poesia classica con l’intento di curare e divulgare la sopravvivenza di un genere in grave pericolo di estinzione.

Non che volessero sancire il primato della metrica, la sua capacità di generare poesia a prescindere dalle parole, dal loro ordine, dal loro annuncio musicale e semantico: sessanta, quarantotto ottantaquattro, per quanto sia un endecasillabo perfetto, non potrà mai essere annoverato tra i grandi “segmenti” della letteratura. La sola metrica non sarà mai bastevole all’edificio della poesia: non amiamo la forma vuota, ma nemmeno i contenuti (quando siano presenti) privi di consona veste. Tanto meno possiamo ammettere inchiostri spogli di questa e di quelli. Siamo consapevoli che un verso sciolto, un verso libero possono essere strumenti di grande poesia. E siamo altrettanto consci che il solo ossequio valente alla metrica ha prodotto aborti artistici, come gran parte delle costruzioni in versi del Seicento. Gli esempi, nell’un caso e nell’altro, sono così numerosi che richiedono soltanto il desiderio di cercarli e la sensibilità estetica per giudicarli. 

Noi stessi, in questo volume, abbiamo dato prova di flessibilità, di elasticità, non limitandoci a pubblicare componimenti ispirati alla tradizione classica soltanto nella struttura, ma soprattutto cercando di accostarci alla letteratura – nello specifico al genere della poesia – con un sentimento di rispetto per il bello, che non prescindesse dalla competenza tecnica peculiare, da quella grammaticale, da quella retorica – ovvero dall’eloquenza come disciplina del parlare e dello scrivere -, dal sentimento sano e robusto, dal pensiero creativo, sottraendoci il più possibile alla banalità, al luogo comune, al portamento informale e sciatto, ed a quant’altro potesse svilire il nostro intento.

Ciascuno di noi, in relazione alle proprie esigenze artistiche, ha scelto, per di più, di commentare o di parafrasare o di corredare di notazioni tecniche i propri scritti, non per sottovalutazione dei lettori, ma perché spinto dal desiderio di meglio porgere se stesso, anche nella propria indole e nelle proprie urgenze. Se poi siamo riusciti o no a perseguire il fine è altra questione.

Crediamo abbia rilievo, comunque, il proposito di imprimere un segno della nostra volontà e di aprire una via a tutti i soci ed a tutti gli estimatori che apprezzino la nostra fatica, non dimentichi dell’adagio latino che avverte che le parole pronunciate volano, quelle scritte restano.

Per questo lasciamo i 4’33’’ a John Cage, il quadrato nero o il quadrato bianco su fondo bianco a Malevič, la distruzione della sintassi a Marinetti e la pagina bianca – non però nell’accezione mallarmeana [5] - a chi la consideri letteratura non più potenziale, ma in atto; lasciamo il vuoto a chi non ha saputo dargli forme, il silenzio a chi non ha saputo dargli suoni, e cantiamo “a quattro voci”, senza pretese di sorta, il nostro modo, grande o piccolo che sia, di riempire il nulla: una maniera certamente genuina, certamente sensata, nei ritmi e nelle parole di cui siamo capaci.
                                                           Amato Maria Bernabei per l’Associazione Dante Alighieri

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[1] Per “dagli-altri-detti” non s’intende un riconoscimento da parte di soggetti attendibili ed autorevoli, ma si allude alla massa supinamente o subdolamente plaudente.
[2] G. Devoto, G. C. Oli, Dizionario della lingua italiana, Le Monnier, Firenze, 1971.
[3] Jean Baudrillard, La sparizione dell’arte, a cura di E. Grazioli, Abscondita, Milano, 2012.
[4] Marc Fumaroli parla di “impostura” dell’arte contemporanea nel suo saggio Parigi-New York e ritorno, Adelphi, 2011.

[5] La pagina bianca. / La sua perfezione, la sua infallibilità, la sua chiaroveggenza. / L’aroma che tesse. / Pura, incontaminata, regno del possibile. (Stéphane Mallarmé, Elogio della pagina bianca).

 

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PRESENTAZIONE

L’Associazione Dante Alighieri: Laboratorio di Poesia Classica nasce nel 2007 e già la sua denominazione dichiara, in maniera esplicita, il proprio campo d’azione privilegiato e preminente. i richiami al massimo poeta della nostra storia letteraria e all’ambito del classicismo prospettano un’idea forte e ben precisa: vale a dire la necessità e persino l’urgenza, a fronte del sempre più evidente e generalizzato oblio delle sia pur minime cognizioni in fatto di tecnica poetica, di un’azione che riporti in primo piano l’idea che, anche dopo un secolo in cui le forme si sono più o meno velleitariamente dissolte e disperse in mille rivoli e sentieri, alla base della scrittura letteraria e soprattutto poetica non possa non esservi un’adeguata conoscenza di regole, norme, tecniche di base. Libero poi ciascuno di seguirle o meno, di forzarle o verterle, di tentare estetiche e strade personali, esattamente come nel Novecento è avvenuto – ad esempio e clamorosamente – nella pittura. Ma l’esercizio della libertà, appunto, inizia un passo al di là dell’appropriata e necessaria conoscenza, padronanza, consapevolezza: non può porre le sue fondamenta sull’ignoranza, sull’incoscienza, sull’improvvisazione. La naïveté, in poesia, pressoché mai si rivela una virtù: neppure la genialità può supplire alla preparazione (che coincide, è appena il caso di dirlo, con studio e letture, letture e studio) e, se anche per prodigio talora bastasse, è ovviamente merce rarissima. Il requisito minimo, insomma, è che il poeta sappia quel che sta facendo, o quel che tenta di fare: si valuterà poi il livello degli esiti, ma a priori della qualità del risultato dev’esservi, per così dire, la qualità del tentativo.

          Il Novecento ha troppo spesso ritenuto la classicità e la tradizione una zavorra di cui liberarsi, quasi fossero ostacoli alla tanto celebrata “modernità”. Ma in arte, e più che mai in poesia, non si tratta di superare in altezza quanto ci ha preceduto (idea peraltro peregrina, oltre che proposito eventualmente inane) bensì d’allargare gli orizzonti, arricchendo l’umano bagaglio di ulteriori contributi, grandi o piccoli o anche piccolissimi che siano. La conoscenza tecnico-scientifica, progredendo, può rendere obsolete e inutilizzabili moltissime delle antecedenti acquisizioni e conquiste; viceversa il cammino umanistico, letterario, artistico procede senza nulla necessariamente cancellare e di tutto facendo tesoro. Non c’è alcunché di inutile, superato o vano nel patrimonio creativo, a tutti i livelli, del genere umano. E al riguardo varrà la pena ricordare come la poesia, così marginalizzata al giorno d’oggi, fosse per gli antichi regina tra tutte le arti: non certo per superbia ma perché in essa trovavano accoglienza la musica e la filosofia, l’oratoria e la fantasia, l’ordine e la sintesi; il tutto assieme alle gesta e vicende più antiche, alle memorie mitiche o storiche che fossero o che siano, alle conoscenze relative alle origini. Gli episodi relativi alle più lontane civiltà sono spesso stati tramandati in versi, come pure le conoscenze più disparate: la stessa Commedia dantesca dimostra quanto la poesia possa veicolare un po’ tutto, incluse le cognizioni scientifiche, e fortunatamente non smettiamo ancor oggi di leggere e studiare (si pensi alle molteplici traduzioni e versioni) con profitto, e mai diminuita ammirazione, il De Rerum Natura di Lucrezio.

          Ma è opportuno spendere qualche parola anche sul terzo elemento, oltre all’Alighieri e al classicismo, che fa da architrave al nome  dell’Associazione: quel laboratorio che è termine, se ben compreso, realmente di vasta portata. Un laboratorio è luogo di studio, di riflessione, di elaborazione, di confronto, innanzitutto per chi ne fa parte e lo frequenta ma, immediatamente dopo, anche per chi ha la buona ventura di entrarvi in contatto. Un’associazione quindi che, sin dalle sue origini e pur partendo da un ambito estremamente specifico, ha voluto aprirsi al contributo e alla curiosità altrui, tutt’altro che una piccola setta nata per coltivare o proteggere preziose e inerti anticaglie. Nel corso di un decennio sono state numerose le iniziative in termini di conferenze, incontri, concorsi, dibattiti, recital, pubblicazioni antologiche e didattiche, con il costante supporto della casa editrice che pubblica anche il presente volume. Finché, nelle stagioni più recenti, la tuttora preminente attenzione per la parola poetica si è allargata ad ulteriori ambiti: l’arte, la storia, l’attualità, le scienze cognitive, sempre concepite all’interno di un contesto di condivisione, crescita reciproca e, quando possibile e più che volentieri, anche convivialità.

          Questa antologia rappresenta un traguardo, ma anche uno strumento con cui i quattro poeti che hanno fondato l’Associazione intendono presentarsi, individualmente e collettivamente. i loro percorsi umani e culturali sono molto diversi, così come le loro bibliografie poetiche: in tre casi fitte di titoli, alcuni recenti e altri più lontani negli anni, mentre per uno di loro si tratta quasi di un “esordio” con una pubblicazione ampia di testi, avendo in precedenza dato alle stampe solo piccole scelte di versi.

          L’antologia, peraltro, acquista un valore esemplare se si rileva come, nonostante la comune adesione ad una prospettiva “forte” com’è quella della poesia classica, ciascuno dei quattro autori manifesti una spiccata personalità, non assomigliando agli altri tre né confondendosi in un gruppo indistinto. La scelta della poesia in metrica, infatti, non è una limitazione destinata a produrre testi tutti uguali o simili, né tantomeno una vocazione passatista in grado di generare meri calchi. Tra gli scopi di questa pubblicazione c’è proprio la dimostrazione del contrario: ossia che affidarsi a regole definite e tecniche d’antica costituzione non significa affatto rinchiudersi in gabbie opprimenti, tali da mortificare l’ispirazione. in questi quattro autori l’ispirazione poetica, qualunque cosa essa realmente sia (il dibattito è aperto, da secoli), c’è e si sente: i loro versi sono qui a dimostrarlo.

Stefano Valentini
Direttore de “La Nuova Tribuna Letteraria”

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L’Editore Vincenzo Grasso
offre gratuitamente il pdf del volume

Si fa presente che dal testo del pdf (come del resto da questa pagina)
sono stati espunti i profili critici dei singoli autori delineati nella Presentazione,
per lasciare ai lettori autonomia di giudizio.

APRI E SALVA

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CURRICULUM dei singoli autori:

AMATO MARIA BERNABEI
Di origini abruzzesi, nato a Secinaro (Aq) il 25 maggio 1945, Amato Maria Bernabei vive ed opera a Vigonza (Pd). Già noto negli ambienti musicali e letterari della città di Chieti agli inizi degli anni ’70, ha continuato la sua attività letteraria sia come docente in vari in vari Istituti della Provincia di Padova, sia con una numerosa produzione di poesie, poemetti ed altri scritti per lo più di carattere didattico, fino a sfociare nella composizione di un originalissimo dramma in versi in due atti, L’Inganno, su commissione di un musicista contemporaneo, opera alla quale avrebbero fatto seguito, circa un decennio dopo, la scrittura di una seconda, singolare opera teatrale, Il Ragno, la stesura del dramma sacro Passio, intraprendente rilettura triclavia della Passione di Cristo, in terzine dantesche, edito nel 2014 da Valentina Editrice di Padova, del poema epico-drammatico Mythos (diecimila versi), pubblicato nel 2006 da Marsilio Editori di Venezia, ancora in terza rima, nonché del poema inedito in ottave (oltre 3500 versi) L’Infinito piatto, un’aspra satira di costume riferita ai nostri tempi e dell’opera di poesia 101 Sonetti. Canto della sera, dedicata a William Shakespeare in occasione del quarto centenario della sua morte. Nel 1990 per la Vecchio Faggio di Chieti era apparso il florilegio L’errore del tempo, che si fregia della prefazione di Elio Pecora e reca nelle note introduttive una breve, qualificante sinopsi del grande scrittore brasiliano Jorge Amado, mentre nel 1998 la Libroitaliano di Ragusa aveva stampato la raccolta di poesie d’amore Dove declina il sole. Nel settembre del 2011 l’Editore Arduino Sacco di Roma ha dato alle stampe il saggio O Dante o Benigni, in cui si denunciano le gravi lacune del comico toscano in materia dantesca e la rovinosa tendenza della civiltà dei mass media a creare miti falsi e deleteri. Attualmente è in fase di stesura il romanzo Frantumi di specchio. Laureatosi in Lettere a pieni voti, discutendo una tesi sullo sviluppo della personalità nell’età evolutiva con il Chiarissimo professor Mario Bertini, dell’Università Cattolica di Roma, tuttora affianca, alla menzionata primaria attività, una serie di impegni e di studi in interessanti branche della Psicologia, quali, ad esempio, le teorie della Programmazione Neurolinguistica (PNL) e il Milton Model, che applica talvolta all’apprendimento scolastico e che gli hanno permesso di farsi apprezzare nella veste di comunicatore e di formatore. Si occupa anche di altri settori, come quello musicale, curato soprattutto nella sfera della creatività attraverso tecnologie avanzate. Presidente di giurie in festival nazionali di musica leggera, è stato egli stesso apprezzato esecutore di musica jazz-latinoamericana. Ha collaborato infine alla realizzazione di spettacoli radiotelevisivi come ideatore, direttore artistico, critico e autore di testi. È stato Assessore alla Cultura, Pubblica Istruzione e Politiche Giovanili nel Comune di Vigonza (Pd) negli anni 1999-2002 e successivamente consigliere comunale dal 2002 al 2007.


PIERGIORGIO BOSCARIOL
Padovano di origine, bancario e operatore finanziario di professione, pur nella ristrettezza del tempo disponibile, non ha mai tralasciato l’interesse per la cultura e le materie umanistiche, consapevole dell’importanza della formazione non meno che dell’esperienza nel campo del lavoro socio-economico, dal quale ha tratto una formidabile lezione di vita. Giunto all’età della pensione, ha potuto dedicarsi più che mai assiduamente alle lettere, alla linguistica e alla poesia. Ma una crescita più incisiva nel campo artistico avrebbe comportato un impegno ben diverso, non solo residuale. La poesia richiede osservazione, meditazione, profondità di pensiero, ascolto attento dei moti dell’anima, compassione per la situazione umana, ricerca appassionata del bello e… studio, molto studio, affinché il linguaggio non deteriori la purezza dei messaggi captati. Riferendosi a certe manifestazioni artistiche, Eugenio Montale nel 1975, durante il discorso per il Nobel, si chiedeva: “In tale paesaggio di esibizionismo isterico, quale può essere il posto della più discreta delle arti, la poesia?”. Sceglie parole giuste Montale, “esibizionismo isterico”, l’arte stessa che si fa spettacolo, si fonde con i nuovi “media”, pur di mantenersi viva e non cadere nel vortice del tempo che scorre sempre più velocemente, lasciando lo spazio di un istante tra il nuovo e il desueto. Così la parola poetica è ormai al margine, perde la posizione che aveva un tempo. Per essa forse non è impossibile esprimersi in questa società, ma sicuramente è una grande sfida. E così, oggi come ieri, il bisogno del poeta, colui che assume la responsabilità di questo linguaggio, è immutato. Solo, più grande è la sfida, più grande dovrà essere il poeta.

VINCENZO GRASSO
Vincenzo Grasso è nato l’8 Settembre 1940 a Montesarchio (BN), capoluogo della Valle Caudina. Dopo gli studi classici al Liceo “Giannone” di Benevento, ha conseguito la laurea in Filosofia all’Università degli Studi di Napoli, il diploma di Perfezionamento in Metodologia della Ricerca filosofica e in Filosofia delle Scienze, rilasciato dalla Scuola di Perfezionamento della Facoltà di Magistero presso l’Università degli Studi di Padova, un Attestato in Metodi della Valutazione Scolastica dalla Facoltà di Magistero dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e un diploma di Specializzazione sulle tossicodipendenze dall’Istituto Superiore di Scienze Sociali e Psicologiche di Pescara. Ha pubblicato per Piovan Editore di Abano Terme (Pd) i seguenti volumi: Filosofia per l’esame di stato e il quinto anno dei corsi integrativi (1980); Droga e Psicoterapia. Prevenzione, Cura, Riabilitazione (1982); Interpretazione ed Esperienza in Gadamer, con prefazione di dario Antiseri (1985); Filosofia per la maturità e il quinto anno dei corsi integrativi, con questionario (1989); Aristotele. Dall’unicità del metodo scientifico all’educazione come arte (1991). Per la propria Casa Editrice ha pubblicato Diario scolastico. Confessioni di una terza magistrale femminile (2004); Le fonti della filosofia greca. Come si apprende a filosofare (2005); Manuale di tecnica poetica (2015); Carmina iuvenilia (2016). Ha insegnato nei primi anni Lettere ed in seguito, per circa 25 anni, Scienze Umane (Filosofia, Pedagogia e Psicologia) all’Istituto Magistrale “Amedeo di Savoia Duca d’Aosta” di Padova. Ora, in pensione, continua a lavorare per hobby, interessandosi di varie attività e di editoria. Con la collaborazione e il sostegno convinto di alcuni amici poeti, tra cui alcuni dei più grandi conoscitori della tecnica poetica, Amato Maria Bernabei, Enzo Ramazzina, Piergiorgio Boscariol e Stefano Valentini, ha fondato a Padova l’Associazione Culturale Dante Alighieri: Laboratorio di Poesia Classica, con lo scopo nobile di diffondere la poesia e insegnare a comporre versi a coloro che ne hanno la disposizione interiore.

ENZO RAMAZZINA
Nato a Rovigo nel 1947, risiede ad Abano terme (Pd). Iscritto all’ordine dei giornalisti del Veneto dal 1981 come “pubblicista” (medaglia d’argento alla carriera, conferitagli dal Consiglio dell’ordine nel 2011), ha collaborato a numerose testate, tra cui Il Resto del CarlinoIl GazzettinoIl Mattino di PadovaLa Difesa del Popolo Quatro ciàcoe (mensile di cultura e tradizioni venete). Per tre anni, le sue novelle e le sue poesie sono uscite regolarmente nel periodico Autori Polesani, di cui, tra il 1977 ed il 1979, è stato anche redattore. Attualmente, scrive per La Nuova Tribuna Letteraria. Ha collaborato con alcune emittenti locali, in particolare con Tele-Radio-Club di Rovigo, per la quale, negli anni ’70, ha condotto trasmissioni culturali di buon livello; nel 1991-’92, è stato più volte ospite di Teleuropa. Presenta al suo attivo alcune sillogi poetiche (Filo di luce tenue, Editoriale Clessidra 1996; Più non ti sento, o dolce capinera, Ed. Bertato 1997; Stupore, Delta3 Edizioni 2003); una raccolta di novelle (Io e te, o mia soave luna, Ed. Bertato 1997); un poemetto d’ispirazione religiosa (Cantico a Maria, Ed. Bertato 1998); quattro testi teatrali d’argomento storico (Don Giacomelli, Ed. Bertato 2006; La stola e il moschetto, inedito; Minot, la stoffa di Don Bosco, inedito; Asmodeus, inedito), due dei quali più volte rappresentati con successo in vari paesi delle province di Padova e Treviso; due saggi di critica letteraria (Conoscere la metrica, vol. 2°. L’arte della versificazione e le proposte dei poeti classici contemporanei, Vincenzo Grasso Editore 2011, pagg. 230; Prosodia e Metrica italiana per le Scuole Superiori e le Università, con numerosi esempi tratti dagli autori classici, Vincenzo Grasso Editore 2016, pagg. 326), un libretto d’opera lirica (Consuelo) per la musica di una compositrice veneta, nonché quattro volumi di storia locale sulla Guerra di Liberazione nell’Alta Padovana (Gli anni della seconda guerra mondiale: 1940 -1945, Ed. Bertato 2002, pagg. 240; Il processo ad Ada Giannini per l’eccidio nazista di Santa Giustina in Colle, Ed. Bertato 2003, pagg. 240; Don Francesco Donazzan. Fratte dagli anni ’20 alla seconda guerra mondiale, Ed. Bertato 2005, pagg. 55; Monsignor Giuseppe Bazzarin, musicista, poeta, politico, grande benefattore della parrocchia di Monteortone, Vincenzo Grasso Editore 2014, pagg. 104). Il comitato nazionale della Società “Dante Alighieri” (per la diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo) gli ha conferito, nel 1978, il diploma di benemerenza. Nel 1982, alcune sue liriche sono state segnalate al prestigioso Premio “Camposampiero” per la poesia religiosa (presidente della giuria: padre David M. Turoldo) e pubblicate in un’antologia a cura dello stesso Premio. Esperto di musica classica e lirica, ha presentato concerti e manifestazioni musicali di rilievo nei teatri e nei salotti del Veneto ed in Toscana. Per molti anni, ha ricoperto il ruolo di bibliotecario e responsabile del servizio Cultura e Pubblica Istruzione presso il Comune di Santa Giustina in Colle (Pd). Commissario d’esame nei concorsi pubblici per bibliotecari e docente, con incarichi saltuari, all’Università del tempo Libero di Camposampiero (Pd).

 

 

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