Mythos perché…

L’infantile stupore per il sogno e per la favola, il bisogno di conservarlo e di prolungarlo; il fascino delle paure primitive e delle esorcizzanti rappresentazioni leggendarie, unica possibilità per l’uomo nel buio della conoscenza; il bisogno di fuga – e di rifugio -, da un ambiente sempre più “disumano”, dove lo scopo di ogni sforzo è il conseguimento di un vantaggio materiale, dove ogni qualità annega nel parametro del mercato; la degradazione del senso estetico, corrotto dalle mode e dalle enfasi di chi appunto costruisce prodotti da “smaltire”, avvilendo la musica, la poesia, il teatro, il cinema ed ogni altra forma d’arte; la conseguente ricerca del riscatto, o anche soltanto della sua utopia; la possibilità di fare del mito una sorta di parabola rigeneratrice, di trasformare quella che fu “la scienza” della prima umanità, in allegoria illuminante, se non proprio in apologo, in cui l’uomo possa riconoscere non soltanto le sue radici, ma anche e soprattutto i suoi errori, per sanarli, sono alla base dell’istinto che ha sollecitato la scrittura di Mythos e le scelte di forma e di contenuto ad esso legate, in apparenza inattuali, ed invece arditamente provocatorie, forse perfino innovative nel genere.

Come si può assistere, senza reagire,
all’inquinamento mortale del gusto e del sentimento del bello?
Alla contaminazione della stessa umana intelligenza?

Consideriamo esemplare la sorte del libro, un tempo, non molto remoto, oggetto prezioso che incuteva rispetto e suscitava devozione, frutto di lunghe ricerche e di dure fatiche, strumento per tramandare un percorso di conoscenza, fonte di arricchimento e di stimolo per il lettore: quale destino mortificante gli è stato riservato? Esso è ormai un periodico, un rotocalco, un veicolo pubblicitario, o quale altra mostruosità? A nessuno sorge il sospetto di essere imbrogliato se “le opere” più conosciute e più lette sono quelle “scritte” da personaggi rigorosamente di successo, il più delle volte illetterati, se non addirittura ignoranti? Del resto le responsabilità vanno sempre equamente ripartite: se è vero che chi gestisce la produzione offre mercanzie sempre più scadenti, è pure innegabile che la domanda, pigra, svogliata, a corto di tempo, anche per i meccanismi perversi del sistema economico, predilige il disimpegno, il facile passatempo, tutto ciò che appaghi la curiosaggine e l’istinto, più che la curiosità e l’intelletto: le lane del gregge urtano affollandosi, nemmeno guardano, dietro le prime pecore che seguono i pastori! Acredine? Forse… Ma che altro resta in un panorama così sconcertante?

Mythos è un invito appassionato di ritorno alla meditazione, al contatto lento con il pensiero che scorre nelle righe, il solo che possa invogliare all’accoglimento o alla contestazione delle tesi sviluppate, in un processo dialettico continuo e fertile, il solo che possa invitare alla prosecuzione, pur dentro le difficoltà che si nascondono inevitabilmente nella sintesi poetica, la quale non può discorrere, ma solo balenare, se non vuole diventare un mero procedere prosastico. Mythos è la voce delle prime favole, da ascoltare ad occhi chiusi, per viverle come fossero vive: può avere il sapore dei castelli, degli orchi, delle streghe, dei poteri inverosimili e buoni dei maghi e delle fate, dei voli impossibili di Peter Pan, delle angoscianti persecuzioni di incredibili mostri, per fortuna sempre rassicurate da conclusioni felici. Mythos è il percorso che muove alla scoperta di un’umanità che in parte è scomparsa ed in parte sopravvive, estinta nelle riconoscenze e nei terrori inconsapevoli per gli intraducibili eventi naturali, superstite negli essenziali tratti umani e negli insoluti quesiti esistenziali. Mythos è l’angolo per l’anima che vuole stare con se stessa, per parlare con la sua natura più alta; è lo spazio dove la vita può rintracciare la sua cadenza: è la cadenza degli strumenti invisibili dello spirito che finalmente trovano timbro e ascolto per suonare; Mythos è l’emozione delle forme inattese, quasi preesistenti, ed è lo specchio delle emozioni conosciute; Mythos è la nostalgia, Mythos è la speranza, è l’entusiasmo, è lo slancio; è il banco ed è la cattedra; è la sconfitta e la rivalsa; è la realtà che preferisce sognarsi, preoccupata della sua crudezza. Mythos è in definitiva una chiave di lettura dell’esperienza, nel maggior numero dei suoi aspetti, una chiave di lettura dell’uomo contemporaneo a partire dall’uomo di epoche remote, sulla base dell’immutata natura per la quale i due modelli non differiscono: dormivano e vegliavano, godevano e soffrivano, amavano e odiavano, nascevano e morivano… gli uomini primitivi, i loro figli, i figli dei figli… noi.

Perciò Zeus, Afrodite, Apollo, Poseidone, Cronos, Èfesto, Promèteo, Pandora, Dèdalo, Narciso, Edìpo, Orfeo, Mida, Èracle, Tesèo, Tantalo e gli altri protagonisti del mito, non esauriscono in sé la sostanza dell’opera, ma piuttosto prestano le loro fiabesche figure alla riflessione sulla vita umana e sul suo destino: al potere, nelle sue espressioni e nei suoi abusi, all’amore nelle sue componenti, all’arte nella sua dimensione, alla bellezza e alla deformità, all’esperienza del mondo e alla trascendenza, al fuggente ed all’eterno, alla vita e alla morte, all’intelligenza e all’ottusità, all’ardimento e alla vigliaccheria, al candore e alla malizia, ai molti pregi ed ai molti difetti dell’uomo… Tutto dentro gli scenari del vivere: le stagioni che si alternano, i paesaggi che mutano nello spazio e nel tempo, i colori, gli odori, i suoni, per la straordinaria sinfonia che l’esistenza continuamente riscrive.

A chi avesse perplessità sulle nostre scelte stilistiche, non ci stancheremo mai di ripetere che non può esistere il superamento di una caratteristica connotante, il quale porterebbe soltanto al mutamento di una categoria, di un genere, di una specie, in sostanza della stessa natura specificante.
Chi volesse cambiare gli attributi peculiari di un gatto, perderebbe il gatto, dando origine ad un altro animale; chi manipolasse una rosa tanto da mutarne forma e profumo, non avrebbe più il regale arbusto sarmentoso, ma semplicemente un altro fiore. Se i tratti distintivi del genere “poesia” vengono alterati, quel genere si trasforma e diventa altro. Nel presupposto dunque che la poesia come “specie letteraria” debba conservare i suoi requisiti di ritmo e di sonorità, tali da permetterle di “cantare, dicendo” con piena indipendenza da qualunque sostegno musicale esterno, recuperiamo il genere trascurato, ed usiamo la metrica e le corrispondenze foniche delle unità lessicali, per una melodia verbale che, non fine a se stessa, arricchisca il pensiero che le parole esprimono nella – ed attraverso la – struttura che le contiene.
Che la metrica inibisca è un luogo comune: le regole danno ordine e promuovono la creatività, in qualunque ambito vengano dettate, rispondendo magari agli stessi criteri della natura e diventando quindi imprescindibili, come le norme della statica, ad esempio.

Infine perché, e come leggere un’opera del genere? 

Il perché non sapremmo: forse per un confronto, per apprendere un modo, per evadere con chi scrive. Il come discende da chi legge, ma dovrebbe non dipendere dalla fretta, e avere voglia di conversare in silenzio con chi propone, di approfondire l’oggetto della conversazione, gradualmente, a piccoli passi. Anche chi ha scritto, del resto, ha camminato lentamente, pensando…

Amato Maria Bernabei

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