IL VETRO DI NARCISO

silloge inedita (1997 – 2015) dal Canto d’amore e di morte

Così, come Narciso che si guarda,
immobile e sospeso, e nel riflesso
coglie se stesso e il mondo dentro un vetro…

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Nota dell’autore

Umberto Galimberti riferisce [1] che nel 1898 Havelock Ellis e Paul Näcke introdussero il termine narcisismo per indicare quella “perversione sessuale in cui l’oggetto preferito dal soggetto è il proprio corpo” (Näcke utilizzò la parola narcisismo in riferimento a uno studio di Ellis sulle perversioni sessuali [2], in cui questi, trattando il fenomeno dell’autoerotismo, aveva coniato la locuzione “narcissus-like” per denotarne l’eccesso). Nel 1936 “Jacques Lacan introduce nella psicoanalisi freudiana la locuzione di fase dello specchio, intesa come momento in cui nella mente infantile si comincia a costituire il nucleo dell’Io”. Il bambino si riconosce allo specchio e gode, divertito, della sua immagine.

Oggi si dice narcisista, per estensione, chiunque evidenzi un culto esagerato di se stesso; tuttavia il termine narcisismo definisce anche “un assetto generale dell’individualità di ciascuno, elemento che consente uno stato di autoconservazione, di adeguata valutazione e stima di sé” (Pierluigi Moressa).

Caravaggio, dipinto del 1599, Galleria Nazionale d’Arte Antica – Roma

La premessa vuole avvertire che io credo che l’artista “si guardi” in modo narcisistico, secondo l’impossibile specularità del Narciso caravaggesco, che non inverte il riflesso… “Provate a capovolgere un oggetto: ciò che in alto era a sinistra in basso è a destra. Non così appaiono i due volti di Narciso: in alto o in basso sono sempre la parte ‘sinistra’ e la parte ‘destra’ del volto. Anche rovesciati sono sempre nella stessa posizione” [3]. Manifestazione all’altro attraverso un’ottica illusione che mira a preservare, a difendere l’io più segreto, a conservare la propria intimità; consegna di sé come abbaglio, che tende ad eludere una possibile intrusione. Contemporaneamente l’artista s’indaga secondo l’immortale sentenza iscritta nel tempio di Delfi: ΓΝΩΘΙΣΑΥΤΟΝ, Nosce te ipsum, conosci te stesso! Egli è dunque perennemente proteso a un ripiegamento, sia in una soddisfacente autocontemplazione estetica, che nel compiaciuto percorrere i sentieri del proprio essere, verso l’acquisizione del macrocosmo tramite la conquista del microcosmico sé.

Il vetro di Narciso è appunto lo spazio dell’io che si ammira e si cerca, decidendo di far partecipi gli altri di tale atteggiamento e di siffatto processo, non al punto da consegnarsi integralmente, ma trattenendo gelosamente il Νάρκισσος, la parte di sé più recondita e compiaciuta, e giammai condivisibile. Né va trascurato il senso che più si stringe all’etimologia (νάρκωσις «torpore»), per cui l’artista vive nel piacevole intorpidimento dell’estasi che la sua arte gli produce, come per incantesimo, e insieme, per quella componente del termine che richiama il mondo dei morti, come anima privilegiata si spegne al mondo, che non lo comprende e lo respinge, isolandolo nella sua feconda, e per troppi inaccessibile, creatività [4].

Non mi pare convincente, invece, l’interpretazione per cui “Narciso scambiò la propria immagine riflessa nell’acqua per un’altra persona e quest’estensione speculare di se stesso attutì le sue percezioni fino a fare di lui il servomeccanismo della propria immagine estesa. Narciso era intorpidito. Si era conformato all’estensione di se stesso divenendo così un circuito chiuso. […] Il senso di questo mito è che gli esseri umani sono soggetti all’immediato fascino di ogni estensione di sé, riprodotta in un materiale diverso da quello stesso di cui sono fatti” [5]. Perché innanzi tutto il giovinetto era impermeabile agli altri e predisposto a reclinarsi su se stesso prima ancora di specchiarsi nella sorgente dove si sarebbe appreso e condannato. La profezia di Tiresia aveva annunciato alla Ninfa Liriope, madre di Narciso, che suo figlio sarebbe vissuto a lungo, a patto di non pervenire alla conoscenza di sé. È il “conoscersi”, con l’immediato acquisire l’altro da sé, che perde il giovinetto, il recepire consapevolezza di non potersi rapportare con il mondo esterno, di non essere capace di amare, se è vero che il solo “amore” di sé tradisce l’essenza stessa del sentimento amoroso, orientato per costituzione ad un oggetto altro. La morte di Narciso è la metafora dell’amore già morto nell’attenzione che il giovinetto riserva solo a se stesso, è l’avverarsi di un destino di morte da una natura di morte. L’amore “che vive” ama fuori da sé. D’altra parte ritengo sostanzialmente diverso il ripiegamento su di sé, con la conseguente esclusione del mondo circostante, che a mio avviso è la chiave di lettura del mito di Narciso, dall’estensione in altro da sé (“l’altra persona” di cui parla McLuhan), che è forse più applicabile al mito di Pigmalione, lo scultore che si proietta, “amandosi”, nella statua di Galatea, incarnazione del suo ideale di donna.

Comunque la poesia dell’ “artista Narciso” demiurgicamente “fa essere il mondo, lascia essere l’essere. Lo lascia fiorire” [6], sboccia e resta, sulla sponda della tragica fonte, profumo che si spande e perennemente si rinnova da un fiore odorosissimo.

Amato Maria Bernabei


[1] Dizionario di Psicologia, De Agostini, 2006.
[2] Havelock Ellis, Studies in the Psychology of sex, vol. II (Sexual inversion, scritto con J. A. Symonds nel 1897).
[3] Vincenzo Cocozza, Il cantafavole concettuale, Allinea, 2004, p. 70.
[4] Cfr. l’Inno omerico a Demetra, vv. 8 ss., dove si narra di un favoloso narciso che affascina irresistibilmente Persefone, che al momento di coglierlo, sprofonda nella “terra dalle agevoli strade”, che si spalanca, fra le braccia del Dio “che molti accoglie”. Il fiore, collegato alle figure di Demetra e di Persefone, ha nel mito anche l’implicazione simbolica della fertilità e delle messi (Anna Ferrari, Dizionario di mitologia greca e latina, UTET, 2006, p. 485 alla voce “Narciso”).
[5] Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, 2008. [6] Daniele Capuano, Riflessioni su Narciso,

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Il vetro di Narciso – Poesie scelte

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