EGREGI FRANCESCHINI E PSEUDODANTISTA BENIGNI

DanteDì
tutto qui ? 

Riesumare il SOLITO COMICO che STRIMPELLA Dante,
ed offrirgli l’onore (o il disonore ?) del Quirinale
è quanto di meglio le istituzioni e la Rai potessero fare ?


E VEDE QUESTE DUE CHE ABBRACCIATI, ABBRACCIATI VOLA,
E LUI GLI INTERESSA QUESTE DUE ANIME (Roberto Benigni)
(ascolta)

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Per dimostrare che il DanteDì è demagogico e che la commemorazione settecentenaria della morte di Dante è nelle becere mani del potere e non della cultura, riproduciamo un articolo pubblicato diversi anni or sono sulla Rete e riportato nel libro del sottoscritto edito dalla Arduino Sacco di Roma nel 2011 «O Dante O Benigni» alle pagine 273-76.
Gli svarioni di Benigni,
nella “lettura” del Dantedì, sono riportati in fondo alla pagina.

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Dante, Benigni e la «maturità» del Governo

(http://www.fattisentire.org/modules.php?name=News&file=article&sid=2591 )

Dopo il ‘68 l’Alighieri era considerato un reazionario, poi è arrivato Benigni e l’“homo de sinistra” ha riscoperto il poema sacro e con lui i media. Ma siamo sicuri che – al di là dello sdoganamento mediatico-politico della Commedia – se ne conoscano almeno le nozioni basilari? La gaffe del Ministero pare dimostrare il contrario: un’abissale ignoranza, perfino da parte degli addetti ai lavori, del Poema sacro. Proporre Dante ai temi di maturità senza reinserirlo nei programmi è davvero una colossale presa in giro… Ma in mezzo a tanto squallore l’inizio di conversione di Benigni attraverso Dante è lo spettacolo più bello e struggente. Ma non lo capisce nessuno…
di ANTONIO SOCCI 

A che serve il Ministero della Pubblica Distruzione? L’errore di quest’anno nel titolo del tema sulla Divina Commedia, non è uno dei tanti che di solito infarciscono i test per la maturità, a riprova del naufragio della scuola. No. Questo è un flop politico come la Finanziaria o l’indulto. Il segnale infatti doveva essere l’esatto opposto. Volevano far capire che Dante era stato ormai sdoganato da Roberto Benigni diventando uno “de noantri” (di sinistra come la doccia e il caffè, mentre il thè e il bagno nella vasca restano “di destra”). Il genio di Veltroni – che già sdoganò a sinistra Alvaro Vitali ed Edwige Fenech – se fosse stato già al posto di Prodi avrebbe fatto un’opera-zione di successo. A ruota di Benigni che ha “ripulito” l’Alighieri rendendolo potabile allo snobismo dell’“homo progressista”, il quale detesta e disprezza tutto ciò che sa di cattolicesimo o parla “di santi e Madonne”. Il Dante di Benigni è diventato, da 5 o 6 anni a questa parte, un geniale compagno progressista che permette di ridere di Berlusconi, di Ferrara e dei preti come la Guzzanti e la Dandini. Un’operazione eccezionale. Per trent’anni – dopo il Sessantotto – il sommo poeta è stato considerato un vecchio barbogio da prendere a calci. Il nuovo potere scolastico lo ha squalificato come un palloso reazionario. Faceva testo – per la cultura Sessantottina – la canzoncina di Venditti, “Compagno di scuola”, che si chiedeva «se Dante era un uomo libero, un fallito o un servo di partito» e dichiarava «la Divina Commedia, sempre più commedia». La nostra provinciale intelligentia non si era accorta nemmeno che nel frattempo – nel ‘68 parigino – un intellettuale (allora) maoista come Philippe Sollers, folgorato dal poema dantesco, ne tracciava su “Tel Quel” una mirabolante lettura strutturalista, facendone il capolavoro di tutti i tempi, l’Opera di tutte le opere, la lingua universale. 

EPURATO DALLA SCUOLA
Da noi il “reazionario” Dante veniva puntualmente sputacchiato ed epurato dai programmi ministeriali dove irrompeva e dilagava la mitica “attualità”, fatta di Che Guevara, ecologia, problemi sociali e balle varie. Ho fatto il liceo e l’università dopo il Sessantotto, fra il 1974 e il 1983, e di Dante non c’era più traccia. Cancellato come capitava a certi poeti in disgrazia nell’Urss di Stalin. Due amici di Comunione e liberazione mi fecero scoprire e amare – insieme alla bellezza del cristianesimo – anche la Divina Commedia, 25 anni prima di Benigni, che a quel tempo cantava ancora “L’inno del corpo sciolto”. Folgorato da Dante mi tuffai a leggere tutto, feci la tesina della maturità e poi la tesi di laurea sulla Divina Commedia nello sconcerto dei professori che mi ritennero un integralista provocatore. A rivelare Dante a noi giovani cercatori del senso della vita, in quegli anni bui, c’era quasi solo don Giussani, umanissimo maestro di Bellezza che ci struggeva i cuori aprendoci folgoranti panorami di poesia e di musica. Eravamo una piccola compagnia (presa a sputi dappertutto) che – con il bel gioco di parole di Davide Rondoni – si può definire il “Clan Destino”. Poi, vent’anni dopo, arrivò Benigni. E di punto in bianco l’“homo de sinistra” e i media scoprirono Dante. Ed allora eccoli tutti emigrare in branchi, a migliaia, a riempire le piazze per ascoltare le declamazioni benignesche del poema sacro, a esprimere appassionato interesse, ad andare in sollucchero per la Commedia: 70 repliche in 27 città, 120 mila spettatori solo a Roma per il V canto dell’Inferno. «Da mesi fa il tutto esaurito, dovunque si sposti, ci sono già andati in 500 mila, la gente fa la fila al botteghino», scrive Siegmund Ginzberg su “Repubblica” a proposito del «fenomeno Benigni». Ed ecco la Rai che programma, sulla prima rete, per l’anno prossimo, una serie di letture dantesche di Benigni che si annunciano già un gran successo. È un’ottima idea, perché sottrae meritoriamente serate a “Porta a porta” e finalmente, nell’orrida tv dei reality e dei crimini familiari, fa irrompere la Bellezza. [1] Si aprono però alcune domande. Prima: qualche rappresentante della cultura Sessantottarda ha fatto ammenda? Ha riconosciuto che intere generazioni di giovani sono state ingiustamente private di un tesoro così prezioso? E in tutta questa “Dantemania” si comprende davvero l’essenza cristiana della Commedia? E si riconosce, di conseguenza, l’insensatezza dell’attuale tentativo di sradicamento delle radici cattoliche della nostra cultura? O hanno sempre ragione loro e, dopo averlo epurato, oggi possono impunemente fingersi scopritori di Dante, continuando però a odiare e combattere il suo connotato cristiano? [2] Seconda domanda: siamo sicuri che – al di là dello sdoganamento mediatico-politico della Commedia – se ne conoscano almeno le nozioni basilari? La gaffe del Ministero pare dimostrare il contrario: un’abissale ignoranza, perfino da parte degli addetti ai lavori, del Poema sacro, quello da cui è stata tratta la lingua italiana (caso unico, una lingua nazionale ricavata da un Poema letterario). Proporre Dante ai temi di maturità senza reinserirlo nei programmi è davvero una colossale presa in giro. Ieri Nadia Verdile, una professoressa, sul “Manifesto”, ha addirittura invitato i ragazzi impegnati nella maturità «a chiedere alla magistratura di invalidare la stessa per palese difformità con le leggi dello Stato e per ingiustificato razzismo nei confronti degli studenti non liceali». Il ragionamento dell’insegnante è questo: «Le cantiche della Divina Commedia si studiano, anno per anno, solo nei licei! Maledizione, questi programmi sono legge dello Stato italiano». E siccome in tutti gli altri istituti superiori, tre quarti del totale, «non si insegna la lettura delle cantiche e dei canti della Divina Commedia», il tema di quest’anno della maturità rappresenta una palese ingiustizia. Si potrebbe obiettare che c’erano altri temi, «ma» replica l’insegnante «sarebbe razzismo e soprattutto negazione di un diritto, cioè quello di avere le stesse possibilità degli studenti liceali». A parte l’accusa di “razzismo”, che mi pare qui non c’entri niente, resta un problema: se le nostre giovani generazioni sono tuttora derubate di questo eccezionale tesoro, il ministro Fioroni non ritiene che si debbano rivedere i programmi? 

TROPPO CATTOLICO
Terza domanda: Benigni come lettore e interprete di Dante è attendibile? [3] Vittorio Sermonti, che lo ha preceduto nelle letture pubbliche della Commedia, intervistato giovedì da “Magazine”, ha punzecchiato il comico toscano: «Non mi dispiace come lo legge. Ma credo che il pubblico di Benigni esca dallo spettacolo uguale a quando ci è entrato e pensando che Dante sia attualissimo e un po’ fessacchiotto. Io rivendico il diritto all’inattualità, non la faccio così facile». Sermonti ha ragione, ma dipende solo da Benigni o anche dal suo pubblico che non si lascia mettere in discussione? In un’altra intervista Sermonti afferma che una «lettura appassionante» di Dante nella scuola è possibile e auspicabile, perché «costringerebbe a pensare al Cristianesimo non in termini edulcorati o sentimentali, ma permetterebbe di comprendere lo “scandalo” di cui è portatore. E gli studenti troverebbero molte risposte alle loro domande di senso». Ma è per questo che Dante a scuola continua ad essere bandito. Perché tipico dell’intellettualità italiana è non volersi mai mettere in discus-sione sul cattolicesimo e non si può capire davvero la Commedia senza far esperienza dell’infelicità del peccato, della bellezza del perdono e della felicità che dà la grazia. Benigni in realtà è un testimone convincente e commovente perché il suo stupore di fronte a Cristo o alla bellissima Vergine Maria, è evidente. In questo senso il suo inizio di conversione attraverso Dante è lo spettacolo più bello e struggente. Ma non lo capisce nessuno. [4] www.antoniosocci.it LIBERO 23 giugno 2007

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 I SOLITI SVARIONI DEL SOLITO IMBONITORE

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Premettendo che ogni nostra critica, scritta o grafica, nei confronti di Benigni
è rivolta alla in-competenza letteraria, alle dubbie qualità di attore
ed alle esorbitanti pretese pecuniarie che egli rivendica quando si esibisce,
non alla persona,

elenchiamo gli errori del comico nella recitazione del XXV canto del Paradiso, tenuta al Quirinale in occasione del DanteDì nel settimo centenario dalla morte del Sommo Poeta, senza soffermarci sulla consueta CAPTATIO BENEVOLENTIAE (cattura della simpatia e dei favori), questa volta nei confronti del Presidente della Repubblica, che tradurremo con il neologismo di LECCAPIEDAGGINE, e sulla cosiddetta “battuta” del Partito di Dante, il PD, riciclata da altro suo spettacolo [5], con la quale, più che far ridere, il rumoroso “comico” ha dimostrato di saper approfittare di ogni occasione per fare propaganda politica. Nella serie di errori appariranno anche endecasillabi in cui il comico non riesce a rendere la cadenza metrica (scarso orecchio musicale) non tenendo conto della presenza di fondamentali dialefi e dando al ritmo, in quei casi, l’incedere di decasillabi.

6: Dante: nimico al lupo che li danno guerra
Benigni: nimico al lupo che li FANNO guerra
8: Dante: ritornerò poeta e in sul fonte
Benigni: fa cadere sgradevolmente un accento sulla preposizione articolata sul
23: Dante: principe glo/rï/o/so essere accolto
Benigni: principe GLO/RIO/SO essere accolto (senza la dieresi, decasillabo non canonico)
37: mi venne; ond’io levai gli occhi a’ monti
Benigni: recita accentando male le sillabe (6, 8, 10, accenti non canonici)
43: Dante: sì che
Benigni: sicché
45: Dante: in/te/e/in/al/trui
Benigni: In/te/ein/al/trui (non rispetta la dialefe “e / in” dando luogo a un decasillabo
57: Dante: anzi che
Benigni: anziché
60: Dante: quanto questa virtù t’è / in piacere
Benigni: quanto questa virtù tein piacere (la dialefe te/in? il comico recita un decasillabo)
75: Dante: e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?
Benigni: recita come se invece del punto interrogativo ci fosse l’esclamativo.
78: Dante: e/in/al/trui/vo/stra/piog/gia/re/plu/o (endecasillabo con accenti 4, 7, 10)
Benigni: ein/al/trui/vo/stra/piog/gia/re/plu/o (decasillabo con accenti 3, 6, 9)
80: Dante: di quello incendio tremolava un lampo
Benigni: di QUELO incendio tremolava un lampo (quello con una sola elle)
99: Dante: a che rispuoser tutte le carole (versione della vulgata)
Benigni: a che SUIRON tutte le carole (che codice sarà quello consultato?…)
118: Dante: Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta
Benigni: Qual è colui CHE ADOCCHIA e SI ARGOMENTA
121: Dante: tal mi fec’io a quell’ultimo foco
Benigni: tal mi fec’io a quell’ultimo FUOCO (trascura la rima più precisa con poco e loco)
123: Dante: in terra è terra ‘l mio corpo e saràgli
Benigni: in terra è terra IL mio corpo e saràgli
132: Dante: che si facea nel suon del trino spiro
Benigni: che si TENEA nel suon del trino spiro

SE OGNUNO SI LIMITASSE A FARE IL PROPRIO MESTIERE!
Ma qual è il mestiere di Benigni? Dicono che sia un “grande attore”,
ma mi pare sia capace di interpretare solo se stesso…
Ve lo immaginate nel ruolo del Re Lear shakespeariano o dell’Innominato manzoniano?


[1] Queste erano le infondate speranze…
[2] In fondo è così, considerando la “paganizzazione” di certe interpretazioni benignesche.
[3] Non lo è affatto.
[4] Mah… La “conversione” di Benigni può essere solo un… cambio di cheque in valuta, a nostro sindacabile parere.
[5] Attualità e passato si sposano nell’ironia di Roberto Benigni che al Senato, prima di esibirsi in aula nella recitazione del 33esimo canto del Paradiso dalla Divina Commedia, ha un po’ giocato con il Pd e Matteo Renzi.  “Siamo qui per Dante – ha detto Benigni – e l’anniversario del 750esimo della nascita, cade proprio preciso, se fosse arrivato tra due anni il Senato sarebbe stato già abolito e quindi siamo stati fortunati che è caduto proprio nel 2015. Dante ci ha pensato e si è detto ‘meglio nascere’ nel 65′… Questo poi è un posto ‘dantesco’ perché lui era un politico impegnato, amava la politica come la si dovrebbe amare oggi, con quel senso di potere servile”. “Dante fece parte del Consiglio de’ Priori – ha continuato l’attore e regista – che era una specie di Senato dell’epoca, però si fece tanti nemici, dato che aveva un caratteraccio. I politici fiorentini hanno un caratteraccio, lo sappiamo bene e bisogna avere pazienza. E Dante alla fine non voleva sentir parlare di Guelfi bianchi o neri o di Ghibellini e avrebbe voluto fare un partito tutto suo, il ‘Partito di Dante’, insomma un Pd dell’epoca” (ADNKronos, Senato, 4 maggio 2015, in occasione del 750° Anniversario della nascita di Dante).

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