Il parere di una Professoressa che “insegna Dante”

 

Sul Social Network Twitter è abbastanza facile misurare il polso delle platee più o meno condizionate dal circo mediatico e dai modelli che questo propone.
Così, a proposito del Tutto Dante di Roberto Benigni, ci si può rendere conto sia della stanchezza di un settore delle “poltrone”, che del fanatismo acceso dei “benignomani” che si sbracciano dal “loggione”!

I quali non si accorgono nemmeno delle stecche clamorose del loro idolo, perché non possono o perché non vogliono… Si ha perfino l’impressione che troppi “ascoltino” con i tappi nelle orecchie (e magari guardino con le bende agli occhi), più interessati ad osannare “l’ugola divina” che a seguire i suoi gorgheggi ed a valutarne le qualità vocali.
Perciò può succedere che un “esperto in materia”, il quale ha deciso, in maniera del tutto preconcetta, che nel caso del Tutto Dante non può che assistere a uno spettacolo grandioso e ad una prestazione maiuscola del comico toscano, apprezzi “alla sorda” (e alla cieca) il palcoscenico e l’interprete che ha di fronte.

                   Scrive su Twitter una Professoressa che “insegna Dante” (in risposta alle mie critiche severe sugli spettacoli danteschi di Benigni): “Suggerisco l’umiltà di riconoscere la straordinaria capacità esegetica di Benigni”!
Questa? Oppure questa? O questa?
Straordinaria capacità esegetica!!!

Serviamoci di un solo esempio per dimostrare alla dotta interlocutrice la sua infondata fede nelle “esegesi” di un istrione (per lei “genio italico” come Dante!).
Spiega Benigni:

   Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.

Ora dicono che questo fiore vuol dì la Chiesa eccetera: io penso sia Cristo, che mi piace di più pensare ch’è Gesù ch’è nato dentro, no? Però dice ne, nel ve, è propio, si sente che c’è propio, un, un, un corpo, bu, sce, è prop una donna come noi, nel ventre si racces, per lo cui caldo, ne… pensa, essere nel ventre d’una donna al caldo eterno! [1] Ma è una cosa spettacolà come ci fa ssentire d’esse ddentro, e ‘n più fa la rima fiore-amore, la più antica e difficile del mondo…  falla te una rima fiore-amore, va’ ffalla, uno dice “va be’, ho capito va”… il cuore col dolore, il fiore coll’amore, qui è una cosa spettacolare.

____________
Posto che l’etterna pace non può essere che il Paradiso, questo fiore, “germinato” nel Paradiso, non può essere Gesù che invece è colui per il quale si raccese l’amore nel ventre di Maria, amore  ardente, caldo, che attraverso il sacrificio della Croce ha portato alla salvezza le anime della “candida rosa” dei Beati, questo fiore, appunto.
Così e questo ci sembrano le parole chiave per non cadere in equivoci: “così” allude certamente a quanto è sotto gli occhi dell’orante e dell’Alighieri (nel modo che vediamo, nel modo che puoi ben vedere); “questo” è il dimostrativo della prossimità soprattutto rispetto al parlante: “questo fiore”, il fiore della candida rosa. Non vediamo in che modo “questo” possa essere riferito a Gesù né in che maniera si potrebbe giustificare il “così” qualora Dante non si riferisca alla rosa dei Beati.
Il travisamento che di questa terzina fa “il grande teologo” ha veramente poco decoro. Pensate: per Benigni l’etterna pace, anziché essere il Paradiso, diventa l’eterno permanere nel caldo ventre di una donna, meglio, rimanere nel ventre di una donna al caldo eterno (“caldo” che per l’Alighieri è, per di più, l’ardore dell’amore). Semplicemente inqualificabile!
(Tutto il passo è tratto dal Saggio di Amato Maria Bernabei “O Dante o Benigni”, Arduino Sacco Editore, Roma 2011, pp. 222-223; l’intera “sezione” dedicata all’interpretazione benignesca del XXXIII Canto del Paradiso è consultabile al link http://dettaglitv.com/?p=5599).

Come si è potuto constatare la Professoressa non ha certo meditato sulle fandonie del suo prediletto: per un qualche recondito motivo ha deciso che Benigni è “straordinario” e lo consacra e adora in maniera del tutto acritica, per quella “splendida malattia” (come lei stessa confessa) che è la sindrome di Stendhal, l’emozione patologica che può cogliere un soggetto di fronte a un’opera d’arte (nella fattispecie l’opera d’arte è naturalmente… quella di Benigni). Le cause di detta sindrome sono però “manifestazioni di sindromi psichiatriche già note, infatti continuano poi anche in maniera slegata dalla contemplazione di bellezze. Possono essere l’esordio semplicemente di un disturbo bipolare. Le descrizioni somigliano molto a quelle degli stati pre-deliranti oppure delle crisi “temporali” pseudo-epilettiche che hanno questi pazienti prima di manifestare i classici sintomi della malattia”
http://www.agoravox.it/La-sindrome-di-Stendhal-fra.html

La Professoressa ci ha forse voluto dire che le folle emozionate da Benigni hanno queste tendenze patologiche? Io spero vivamente di no.
Come mi auguro che lo sviscerato suo apprezzamento per le “esegesi” della “divinità toscana” non dipenda da personali lacune di preparazione, ma semplicemente dalla distrazione devota (ma pur sempre colpevole) con la quale pende dalle labbra del “grande dantista”.

Amato Maria Bernabei


[1] Ma quando mai Dante ha detto questo? Che cosa vuol dire Benigni? Che cosa inventa?

 

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