Il “volgare” di Dante e l’equivoco sorto dal Tutto Dante

Data la confusione che ormai regna sul significato del termine “volgare” a proposito della lingua di cui Dante si è servito nella stesura della Divina Commedia, sentiamo il dovere di pubblicare una scheda che ne precisi il senso così come emerge inequivocabilmente dall’incompiuto trattato dantesco De vulgari eloquentia.

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La Divina Commedia è un’opera popolare (leggi per il popolo)
e Dante l’avrebbe scritta in “toscano” perché fosse accessibile a tutti!

Questo è il messaggio distorto che discende dalle plateali ed acclamate sceneggiate del Tutto Dante, almeno stando alle argomentazioni più comuni che i fan di Benigni adducono per giustificare l’opera di “divulgazione” del comico di Manciano La Misericordia (frazione di Castiglion Fiorentino, in provincia di Arezzo), “meritevole” di riconsegnare il capolavoro dantesco alla sua destinazione originaria: il popolo.

Interpretazione deprecabile, a distanze astronomiche dal vero.

Premessa
Un simpatizzante mi ha segnalato questo commento letto su You Tube: “Comunque sia: la Commedia nasce X TUTTI, in volgare, per una maggiore fruizione. Era cosa normale, fino a qualche decennio fa, trovare ancora toscani analfabeti che la sapevan a memoria… e sicuramente meglio di tanti liceali pseudointellettualoidi che hanno lasciato commenti da coglioni. Buona lettura” giglio617

A parte il fatto che intellettualoide significa “falso intellettuale” (soggetto dalla cultura più ostentata che reale) e che dunque uno pseudo-intellettualoide è un “falso intellettuale falso”, e dunque un intellettuale vero, vorrei far notare a questo estimatore di liceali che io potrei imparare e poi recitare a memoria un passo scritto in una qualsiasi lingua, pur non comprendendo un accidente del significato dei suoni meccanicamente emessi. Che poteva capire, un analfabeta, della Commedia dantesca?

Del resto l’ignoranza salita in cattedra con il Tutto Dante autorizza ogni altra ignoranza a “pontificare”, senza l’umiltà di trovare riscontro a quello che pensa e a quello che dice! (…ma questa è prerogativa del sapere e non si può chiedere all’oscurità che non ha spiragli di conoscenza…). Deriva da ciò la presunzione di un gigettogigetto84, che si atteggia a sapiente e sentenzia su You Tube “Appartengo ad una generazione distratta che considera vuote ed inutili parole come esegesi, filologia, interpretazione, volgare ARISTOCRATICO (ossimoro che si tiene insieme solo grazie alla sua fantasia). Benigni ha stimolato l’interesse alla lettura della Commedia. Ho visto molti spettacoli dal vivo e le assicuro che moltissimi ragazzi hanno riscoperto un Dante umano, terreno lontano dal nozionismo scolastico e accademico che per anni ha tradito lo spirito popolare e volgare dell’opera“.
http://www.youtube.com/watch?v=7qaA8MgP6QQ.

Vedremo insieme come il deprecato “ossimoro che vive solo grazie alla fantasia” della persona gentile che ha pubblicato la mia intervista sul terzo sito più visitato al mondo, dichiari esattamente l’intento dantesco di dare vita a una “lingua madre italianainnalzata aristocraticamente ad una dimensione letteraria, illustre, cardinale, regale, curiale, lontanissima dallo “spirito popolare e volgare” di cui parla il succitato e improvvisato “critico letterario”.

D’altra parte si diceva che uno degli equivoci maggiori creati dalla “riduzione” a dimensione di “popolo” della Comedia di Dante è quello per cui troppi credono che il Sommo poeta abbia fatto uso del “volgare” per rendere “accessibile” a tutti la sua opera.

A questo abbaglio si aggiunge un “luogo comune” ereditato dal pensiero marxista (non prendo posizioni ideologiche, ma conduco un’analisi che non può prescindere dalla storia e dai suoi fenomeni), per cui la cultura, nei termini in cui essa era e sarebbe detenuta dalla classe borghese, va considerata come uno dei peggiori nemici del popolo [1]. Forse da questo assunto discendono le varie contestazioni rivolte alle
- “ricerche semantiche, teologiche, filosofiche, allegoriche, analogiche o anagogiche” della filologia tradizionale
-  e l’esaltazione di un “approccio capace di entrare dentro l’architettura della Commedia, per smontarla, pezzo dopo pezzo, dalle sovrastrutture e restituirla alla chiarezza della semplicità, come se fosse stata scritta per essere ‘raccontata’ a tutti e non analizzata, studiata e interpretata da pochi” (Rosario Amico Roxas).
In questo caso si allude naturalmente in modo elogiativo al criterio del “Professor Benigni”.

* In relazione al primo equivoco mi pare che si possa condannare la trattazione frettolosa di certe fonti, che sembrano avallarlo. L’Enciclopedia dei ragazzi Treccani, ad esempio, allude alla “scelta del volgare” da parte di Dante come di una “lingua familiare a differenza del latino, in grado perciò di essere compresa anche dalle ‘donnette’“. Sermonti parla di “volgare illustre idoneo a diffondere il Pan degli Angeli della conoscenza anche a livello degli illetterati d’Italia, per fomentarne i cuori, accenderne le menti, indurli in libertà” http://www.youtube.com/watch?v=0YbZ5Acf8Wc
* Per quanto concerne il “luogo comune”, inutile qualunque commento.

…ma, detto fra noi, se Dante avesse veramente fatto uso di una lingua a tutti accessibile, che bisogno ci sarebbe di tante esegesi e di tante questioni, compresa l’interpretazione di Benigni? Ognuno potrebbe leggere per sé la “semplice” opera dantesca e godere dell’alta poesia, risparmiando il tempo dello studio o i soldi del biglietto del Tutto Dante.

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 Trattazione

Per non apparire mosso da preconcetti alla schiera foltissima degli estimatori del “dantista” oggi più di moda, esordirò con un passo della Storia della Letteratura Italiana di Arturo Pompeati (UTET, 1964, pp. 432-434), relativo all’analisi del De vulgari eloquentia, l’opera che l’Alighieri dedicò alla trattazione dell’eloquio volgare.
Tuttavia preciserò prima un concetto che sgombri il terreno dall’equivoco: cosa che i più credono, “volgare” non è inteso, nel pensiero di Dante, come lingua del popolo, magari degli ignoranti, ma come l’idioma che tutti apprendono dalla “nutrice”. Afferma il Poeta:
“…quod vulgarem locutionem appellamus eam qua infantes assuefiunt ab assistentibus cum primitus distinguere voces incipiunt; vel, quod brevius dici potest, vulgarem locutionem asserimus quam sine omni regula nutricem imitantes accipimus” (De vulgari eloquentia, I, 1), ovvero “[...] parlar vulgare intendiamo essere quello che senza regole dalla nutrice per imitazione si apprende” (Dante, Tutte le opere, Newton, 1993, p. 1018). Più avanti l’Alighieri definisce il volgare come “maternam locutionem” (De vulgari eloquentia, I, 6), lingua madre, “nativa loquela” (Dante, Tutte le opere, Newton, 1993, p. 1023).

Quella che conta per Dante è l’arte insigne dei migliori, più che la loro provincia idiomatica. Anche i toscani, insomma, e fra essi i migliori, contribuivano, secondo lui, a una futura grammatica italiana, cioè a una lingua relativamente stabile, da sostituire degnamente al latino: e la loro opera era uno dei momenti di questa evoluzione già in atto, ma sempre in cammino verso il suo coronamento ideale.
Il problema, quindi, potrebbe apparire più di stile che di lingua, in quanto si riferisce a modelli d’arte eccellente e non a uno strumento comune di espressione idiomatica: non solo, ma nel secondo libro Dante limitò anche gli argomenti a cui credeva idoneo il volgare illustre: l’amore, cioè, le armi, la virtù: e in relazione agli argomenti ne limitò le forme metriche, riducendole alla sola canzone, di cui esponeva minutamente le regole. Si usciva così sempre più dal campo dell’uso linguistico generale per chiudersi in un’aristocrazia di temi, di metri e di autori. Ma tutto questo sforzo di raffinatezza e di esclusività mirava sempre a lucidare, a perfezionare, a purificare il volgare, sottraendolo alle infezioni dell’uso comune e consegnandolo all’esperienza dei maestri perché lo conducessero alla nobiltà e alle esemplarità che gli spettavano.
Ora, questa convinzione così àlacre e profonda che nel formarsi di un linguaggio predomina l’opera degli scrittori, è la nota più caratteristica del De vulgari eloquentia, e la convinzione di Dante ha un carattere, come si diceva, superiore, anche se si abbia a giudicarla eccessiva” (Arturo Pompeati).

Nel trattato sul volgare eloquio (volgare “eloquenza”, come suggerisce lo stesso autore nel Convivio, I, 5) Dante dichiara, senza possibilità di equivoco, che è sua intenzione occuparsi di un “volgare” unico, che non sia perciò quello delle singole regioni, ma che tutte rappresentandole, possa, per così dire, contenerle, “quel volgare che si fa sentire in ogni città, senza aver sede in nessuna di esse” e che Dante identifica con il “volgare italiano” [2].
«Abbiamo così conseguito ciò che cercavamo, e dichiariamo che in Italia il volgare illustre, cardinale, regale e curiale è quel volgare che appartiene a tutte le città italiane senza apparire proprio di alcuna di esse, quel volgare con cui vengono misurati, valutati e confrontati i volgari italiani” (De vulgari eloquentia, I, 17).

“Primum igitur quid intendimus cum illustre adicimus, et quare illustre dicimus, denudemus” (De vulgari eloquentia, I, 17): «Spieghiamo dunque anzitutto che cosa intendiamo con l’aggiunta di “illustre” e per quale ragione usiamo il termine “illustre”. Con questo termine intendiamo qualcosa che illumina e che, una volta illuminato, risplende. In questo senso definiamo illustri certi uomini; essi infatti o ricevono luce dal potere e illuminano gli altri con la giustizia e la carità, o hanno ricevuto una dottrina eccelsa e impartiscono un’eccelsa dottrina: così fecero Seneca e Numa Pompilio. Ora, il volgare di cui parliamo è reso sublime dalla dottrina e dal potere e rende sublimi i suoi cultori con l’onore e la gloria» (De vulgari eloquentia, I, 17).

Dante non parla dunque della lingua degli ignoranti, degli illetterati, delle donnette, come qualcuno vorrebbe farci credere, ma di un idioma insigne, luminoso, letterario; cosa che fa intendere facendo riferimento ai migliori scrittori che ne avevano fatto o ne facevano uso: «da tanti rozzi vocaboli degli Italiani, da tanti costrutti intricati, da tante forme errate, da tanti accenti campagnoli noi vediamo scaturire un volgare così eccellente, così sciolto, così perfetto, così urbano, come quello che ci mostrano le canzoni di Cino da Pistoia e del suo amico» (De vulgari eloquentia, I, 17).

Oltre ad essere “illustre”, la lingua cui Dante aspira deve essere “cardinale”: «come l’intero uscio segue il cardine e gira esso stesso muovendosi in dentro o in fuori nel senso in cui gira il cardine, così l’intero gregge dei volgari municipali si gira e si rigira, si muove e si ferma secondo quanto fa questo volgare che appare come il vero padrone di casa» (De vulgari eloquentia, I, 18). Il terzo presupposto è che la lingua sia  “regale”: «La ragione per cui lo definiamo «regale» sta nel fatto che, se noi Italiani avessimo una reggia, esso sarebbe la lingua di palazzo [...] tutti coloro che si trovano nelle regge si esprimono sempre in un volgare illustre» (De vulgari eloquentia, I, 18). Infine il “volgare italiano” dovrà essere “curiale”: «La curialità infatti non è altro che la norma e misura di ciò che si deve fare: e poiché la bilancia per tale misura suole esistere soltanto nelle eccellentissime «curie» [3], ne deriva che tutto ciò che nei nostri atti è ben misurato viene chiamato curiale. Ora, questo volgare riceve la sua misura nell’eccellentissima curia degli Italiani e merita pertanto il nome di curiale» (De vulgari eloquentia, I, 18).

Che Dante pensi al “volgare illustre italiano” solo in funzione dell’uso che ne fanno gli scrittori, si può desumere chiaramente da quanto egli afferma nel capitolo I del secondo libro: «Sia la forma prosastica sia la forma metrica si addicono al volgare illustre italiano. Di solito sono però i prosatori a desumere tale volgare dai rimatori e, a quanto pare, la produzione in versi resta come modello agli scrittori in prosa, e non viceversa: fatto, questo, che sembra conferirle una certa superiorità. Iniziamo pertanto la cardatura considerando questo volgare nella sua qualità di lingua espressa metricamente…». Segue l’asserzione della necessità che lo scrittore eccellente usi una lingua eccellente, il volgare illustre. Si legga con attenzione il pensiero dantesco: «Chiediamoci dunque anzitutto se tutti coloro che compongono versi in volgare debbano servirsi del volgare illustre. A un esame superficiale pare di sì. Infatti: chiunque componga versi deve ornare per quanto può i propri versi; non esiste d’altronde ornamento che sia pari al volgare illustre; sembra quindi chiaro che ogni verseggiatore deve servirsene. Inoltre: se ciò che è ottimo nel proprio genere viene mescolato con ciò che gli è inferiore, non solo non pare sminuire quest’ultimo, ma sembra anzi migliorarlo; pertanto, se un rimatore, benché componga versi rozzamente, mescola il volgare illustre alla sua rozzezza non solo fa bene, ma fa anzi ciò che evidentemente bisogna fare, perché ha molto più bisogno di aiuto chi ha scarse possibilità che non chi ne ha molte. È chiaro quindi che a tutti coloro che compongono versi è lecito usare il volgare illustre.
Questa conclusione è tuttavia completamente falsa, perché neanche chi compone poesia nel modo più eccellente deve adottarlo sempre, come si potrà giudicare dalla trattazione successiva. Codesto volgare esige dunque persone che gli siano simili, come lo esigono gli altri nostri usi e costumi. La magnificenza richiede appunto persone di grandi possibilità e la porpora uomini nobili: allo stesso modo questo volgare cerca chi eccelle per ingegno e sapere, e spregia gli altri, come sarà chiaro da ciò che segue. Tutto ciò che a noi si conviene, si conviene infatti o per il genere o per la specie o per l’individuo, come avviene appunto per il sentire, il ridere, l’essere cavaliere. Ma questo volgare non si conviene a noi per il genere, perché si converrebbe anche alle bestie, né per la specie, perché si converrebbe a tutti gli uomini (il che è fuori questione; nessuno infatti dirà che si conviene ai montanari che si occupano di argomenti agresti): si conviene dunque per l’individuo. Nulla però risulta conveniente all’individuo se non per i meriti suoi propri [4], come avviene ad esempio per il commerciare, l’essere cavaliere e il governare: pertanto, se ciò che è conveniente è in relazione con i meriti, cioè con le persone meritevoli, e se alcuni possono essere meritevoli, altri più meritevoli, altri meritevolissimi, risulta chiaro che ciò che è buono si converrà a chi è meritevole, ciò che è migliore a chi è più meritevole, ciò che è ottimo a chi è meritevolissimo. La lingua poi è strumento necessario per il nostro concetto proprio come il cavallo lo è per il cavaliere; ora, i migliori cavalli si convengono ai migliori cavalieri, e perciò, come si è detto, ai migliori concetti si converrà la miglior lingua. Ma i migliori concetti non possono essere se non quelli in cui vi è sapere e ingegno; dunque la miglior lingua non si conviene se non a coloro nei quali è ingegno e sapere [5]. Così, la miglior lingua (e di conseguenza il miglior volgare) non si converrà a tutti coloro che compongono versi, dal momento che i più li compongono senza sapere e ingegno. Pertanto, se questo volgare non compete a tutti, non tutti devono servirsene, poiché nessuno deve agire in modo non conveniente» [6] (De vulgari eloquentia, II, 1).

In sintesi Dante ripete all’inizio del capitolo successivo: «Il volgare illustre non deve essere usato da tutti quelli che compongono versi, ma soltanto dai più eccellenti».

[N.B. I passi del De vulgari eloquentia riportati in Italiano sono nella traduzione di Sergio Cecchin].

A questo punto ci sembra di avere fornito dati sufficienti a sostegno dell’assunto iniziale e non riteniamo di dovere aggiungere altri elementi, proseguendo con l’analisi del trattato dell’Alighieri. Richiamiamo l’attenzione sul fatto che chi volesse ancora sostenere la tesi che Dante si sia servito di un “volgare popolare”, deve conseguentemente pensare che egli si sia considerato poeta di poco conto, ma… Dante stesso, ricordiamolo, scrive “si ch’io fui sesto fra cotanto senno” (Inferno, IV, 102), collocandosi fra quelli che considerava i più grandi poeti di tutti i tempi: «Con questa formula Dante “si isola dalla letteratura contemporanea e si pone tra i continuatori della grande arte dell’antichità” (Momigliano)» (in Natalino Sapegno, La Divina Commedia, Inferno, La Nuova Italia, Firenze 1986, p. 49).

Concludiamo riportando un pensiero critico del Sapegno sul De vulgari eloquentia di Dante, già riferito in un altro post: “L’errore di Dante nel De vulgari eloquentia è di aver sentito la coscienza dell’arte in modo così forte da sopravvalutarla, trascurando o deprimendo l’uso comune, parlato e non letterario, della lingua [...] Il De vulgari eloquentia è l’affermazione teorica della nuova poesia italiana, poesia dotta ed aristocratica alla quale non possono salire se non quelli in cui sia ad un tempo incendio e scienza”.

IL DE VULGARI ELOQUENTIA  

“Lo scopo del trattato è quello di definire un idioma volgare
che possa conseguire un’alta dignità letteraria,
elevandosi al di sopra delle varie parlate regionali
e sottraendosi all’egemonia del Latino”
(http://www.homolaicus.com/letteratura/de-vulgari.htm)

«Il problema linguistico, affrontato genericamente nel libro I del Convivio, diventa oggetto di una trattazione specifica nel De vulgari eloquentia, composto esso pure negli anni tra il 1304 ed il 1307. Il trattato, scritto in latino, era ri­volto tanto alla cerchia dei dotti, perché a loro non sfuggissero i meriti e le capacità espressive del volgare, quanto ai rimatori d’ingegno in questa lingua: doveva comprendere quattro libri, ma fu interrotto al capitolo IV del secondo.

Distinzione fondamentale della teoria linguistica espressa in quest’opera è quella tra la lingua parlata, o volgare, e la lingua scritta, o grammatica: la prima è appresa naturalmente (per usare l’espressione dantesca, dalla “ba­lia” stessa che allatta il bambino), non conosce alcuna regola, ed è soggetta ad infinite variazioni nel tempo, tanto che gli abitanti di uno stesso luogo, ma vissuti in epoche diverse, stenterebbero ad intenderla; la seconda, soggetta a regole fisse e precise, è inalterabile nel tempo, non conosce differenze di luogo, e deve la sua origine alla necessità di comprendere esattamente il pen­siero di scrittori di tempi e di luoghi diversi.

Compito essenziale dello scrittore che intende esprimersi nel proprio volgare è pertanto quello di innalzare tale volgare da lingua parlata a lingua scritta, liberandolo da quanto di incolto esso contiene, e dalle infinite varia­zioni regionali e municipali che lo contraddistinguono: nasce cosi l’esigenza di una lingua nazionale e di un volgare illustre con il quale il poeta, o l’oratore, si riconosca originario, non di questo o quel paese, ma d’Italia. A tal fine non è da pensare ad una fusione delle parlate più importanti della penisola – Dante ci fornisce la prima carta dialettale d’Italia enumerandone quattor­dici, localizzate a destra ed a sinistra dell’Appennino – ma ad una lingua letteraria nel senso più ristretto del termine, una lingua cioè unitaria elaborata dagli scrittori, i quali “traggono dai diversi dialetti gli elementi per costituire la lingua della perfezione espressiva a cui tutti quei dialetti aspirano, con­formandoli, ordinandoli, armonizzandoli liberamente” (Sansone).

Di qui le caratteristiche che tale lingua dovrebbe possedere: illustre, tale cioè da guidare ed illuminare coloro che la coltivano; cardinale, per agire da cardine sugli altri dialetti e sollevarli dalla loro selvatichezza; aulica, degna cioè di essere parlata in una corte ideale di tutta la Nazione; curiale, perché possa servire all’uso della curia nella quale si amministra, si giudica, e si det­tano le leggi.

Nel secondo libro vengono precisati gli argomenti che questa lingua illustre dovrebbe unicamente trattare: prodezza d’armi, gaudio d’amore, rettitudine, corrispondenti rispettivamente all’utile, al dilettevole, all’onesto; accolta poi la tradizionale distinzione degli stili, l’elegiaco o umile, il comico o mediano e didascalico, il tragico o alto e nobile, Dante indica in quest’ultimo lo stile più appropriato per la canzone» (De Bernardi-Lanza-Barbero, Letteratura italiana, SEI, Torino, 1983, pp. 191-192). 

«Il II libro è una ricerca più particolare di quello che occorre perché una lingua possieda i detti requisiti. Innanzitutto Dante precisa che una lingua non s’esprime mai allo stesso grado, essa riflettendo, di necessità, il livello di colui che la parla. Certamente un volgare illustre sarà parlato da un illustre uomo, che l’autore individua in coloro che esercitano il loro parlare in attività nobili.

Inoltre la lingua deve adeguarsi alla materia che tratta. Uno stile elevato diventa ridicolo se usato per questioni di scarso conto, almeno quanto appare rozzo e sconveniente uno stile umile quando si trattino argomenti eccelsi» (Nicola Maggi, in Dante, Tutte le opere, Newton, 1993, pp. 1017-1018).

Amato Maria Bernabei

Consulta pure http://www.odanteobenigni.it/?p=2023


[1] “Il movimento comunista rivoluzionario annovera tra i suoi nemici peggiori, con i borghesi i capitalisti i padroni, e con i funzionari e giannizzeri delle varie gerarchie, i «pensatori» e gli «intellettuali» indiscriminati, esponenti della «scienza» e della «cultura», della «letteratura» o dell’ «arte» accampate come movimenti e processi generali al di fuori e al di sopra delle determinazioni sociali e della lotta storica delle classi”
http://www.sinistra.net/lib/bas/battag/ceju/cejudfozui.html
[2] “Affermiamo poi che questo volgare che abbiamo dimostrato essere illustre, cardinale, regale e curiale, si identifica con quello che viene chiamato volgare italiano” (De vulgari eloquentia, I, 19).
[3] Curia indica qui genericamente, secondo l’uso medievale, il consesso riunito intorno al sovrano con funzione politica, amministrativa e giuridica. Con procedimento simile a quello impiegato in V. E., II, II, 2, l’aggettivo curialis viene spiegato in base al concetto di curialitas (e non di curia), qui interpretata in termini che ricordano da vicino la definizione di «legge», o che collocano pertanto questa qualità nell’ambito più generale della sfera etica, trascendendo sia il significato di «cortesia» sia l’accezione retorica del termine (secondo cui curialitas significava «eleganza di stile» e curialis indicava il grado stilistico supremo). Questa formulazione della curialità favorisce l’introduzione dell’immagine della statera, tipico attributo della legge, che del resto era legittimata dall’uso biblico (Sergio Cecchin,
http://www.classicitaliani.it/dante/prosa/vulgari_ita.htm).
[4] Dignitas e dignus indicano semplicemente la congruenza o conformità con qualcosa. Non corrispondono pertanto a «dignità» e «degno» che, almeno nell’italiano moderno, implicano una connotazione positiva (Sergio Cecchin. ibidem).
[5] Vogliamo noi pensare che Dante abbia usato nella Commedia la peggior lingua ritenendosi privo di ingegno e sapere? Basterebbe questo passo per smentire tutti quelli che continuano a ripetere il ritornello della lingua dantesca “accessibile a tutti”.
[6] Un volgare meno nobile sarà dunque usato da chi non ha sapere e ingegno.

 

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