A proposito del nominalismo

A proposito del nominalismo

Stat rosa pristina nomine. Nomina nuda tenemus.
Permane la rosa originaria nel nome. Noi abbiamo soltanto nomi nudi.
(Bernardo Morliacense, De contemptu mundi)

Con questa citazione Umberto Eco chiude Il nome della rosa, schiudendo il senso al titolo del romanzo.
L’intelligenza latina distinse il tutto (universus) e ciascuna cosa (omnis), l’insieme (cunctus) e l’interezza (totus), attraversando l’arco che va dal tutto assoluto al particolare, al focus come messa a fuoco della singolarità, attraverso le varie categorie (ad esempio l’insieme dei senatori: senatus cunctus) ed il tutto relativo (l’integro sincero: tota Graecia), ed ogni distinzione è in un modus verbale che non è falso non essendo vero, che non è falso né vero, perché ha limiti nel contenere in parte o nel non distinguere le parti: dire universo, includendo tutto, trascura l’attenzione sulle sue componenti. Eppure non c’è vocabolo che neghi il contenuto che nel segno attesti, quello che effettivamente annuncia.
Quando il talento mentale, l’acuta stoffa della mente, è assediato da un pensiero che provoca angoscia in chi lo nutre (masochista) e in chi ne viene a conoscenza (sadico), che degenera in un opprimente assillo per tutti, rivelandosi in fondo cieco, incapace di pervenire alla verità, non si comprende come una prospettiva impossibile, che dà importanza a ciò che non può conseguire l’esito sperato, che dà cioè rilievo a ciò che non acquista, possa diventare attraente. Ricercare una montagna di carbonio puro cristallizzato (diamante) è una follia, e si rivela nocivo in modo estremo se diventa spina, se diventa un’ossessione.
Se il nome della rosa è solo un nome, o se invece è una rosa (predica una rosa, annuncia, indica una rosa), o ancora è la generalizzazione, il concetto di rosa, che contrasta con i casi particolari, cioè con ogni singola rosa, al punto da essere guasto di significato, perché fisicamente inesistente, o se infine esso (il nome) qualunque vedere infine sposa, indica ogni esperienza vissuta dal singolo essere umano (secondo la di lui mappa del mondo) di fronte a un oggetto considerato, che cosa cambia di quel fiore di cui parliamo e che si lascia vedere e che per ciò stesso deve esistere?
Esiste o non esiste quel fiore? non ne stiamo forse parlando? è cosa plausibile farlo o è cosa discutibile? se neghiamo precisi significati nell’uso delle parole ed ogni possibile vero dei medesimi – ammesso che per vero intendiamo la stessa cosa – di che parliamo? La comunicazione diventa impossibile. E poi siamo sicuri che il solo ad aver ragione sia chi nega ogni possibile verità? E se davvero tutto è negabile nel suo significato, a che pro scrivere, se tu nulla capirai, che tu sia morto o vivo? (Il sarcasmo gioca sui presunti “indefinibili” significati dei due termini).
Se quando scrivo la parola “lettore” tu che leggi intendi un’aquila che allarga nel volo le sue grandi ali, allora evidentemente nessuna parola si collegherà più all’oggetto di cui è il segno, e fiore non vorrà più significare fiore, ma qualunque cosa tu voglia; oppure la tua mente sarà velata, cieca al linguaggio, o avrai il candore schietto di un artista, che travisa favolosamente la realtà; oppure la realtà stessa sarà sconvolta al punto che vedrai spuntare peli da un tuorlo, perché potrà verificarsi qualunque cosa impossibile. Si vede dunque, con certezza, che per comunicare dovremo pure attribuire un senso alle parole che usiamo e che indicano sempre qualcosa di esistente, nell’accezione non solo di cosa realmente tangibile, ma anche di prodotto mentale (il concetto di cavallo, o l’astrazione di una qualità come ad esempio la bellezza) o di natura sentimentale (l’odio “esiste”, pur non avendo certo una sostanza materiale), o ancora di sensazioni (la tonalità emotiva del dolore), di propriocezione (il senso di posizione dei movimenti degli arti e del corpo), di spinte interiori (attrazione, fisica o spirituale) e via dicendo.
La generalizzazione, soprattutto, sembra creare difficoltà. Si dice ad esempio che la bellezza non esiste perché nessuno l’ha mai incontrata, ma è evidente che essa è in tutte le cose che diciamo belle, perché di quella idea incarnano le caratteristiche. Come si è visto in precedenza, non necessariamente una voce della lingua deve riferirsi a qualcosa di concreto: chi ha stabilito che un segno verbale debba alludere ad un corpo e non possa indicare un concetto che include tutti i casi particolari senza trascurarne alcuno? Nessuno ha mai visto il pensiero nella propria mano aperta, eppure tutti sappiamo che cosa vogliamo intendere allorché ne parliamo, sia quando ci riferiamo ad un’espressione unica del pensare che quando alludiamo alla facoltà.
La natura umana dispone di tre versi, tre meccanismi difensivi nei confronti del sovraccarico di stimoli che il mondo circostante invia ai nostri sensi, tre modalità psicologiche tramite le quali disegna la mappa del mondo, che ciascun individuo a modo suo descrive, traccia in modo differenziato: generalizza, deforma, cancella, ovvero organizza il mondo per categorie di persone o di comportamenti, modifica la realtà interpretandola, attua delle rimozioni o delle esclusioni (Giulio Granata, PNL, la programmazione neurolinguistica, Milano, De Vecchi Editore, 2001, pp.27-28). Dal punto di vista che ci interessa crediamo che la generalizzazione sia un universale non metafisico, ma comunque sovrasensibile, dimensione in cui albergano come bagaglio a-posteriori gli effetti dell’esperienza umana che diventano geneticamente a-priori dopo un lasso di tempo non quantificabile. Vale a dire che l’umanità, in un arco temporale x, fa esperienza della realtà secondo le precise modalità della propria natura e ne ricava delle conoscenze a-posteriori che vengono profondamente impresse nel patrimonio genetico e trasmesse in eredità come conoscenze a-priori alle generazioni successive. L’ottava, dunque, si richiama all’universale solo nel senso della generalizzazione di cui si è parlato  nelle strofe precedenti, ovvero dei casi particolari che vengono sintetizzati (sia pur in un senso molto più ampio) in una categoria della quale, nel modo in cui si è detto, non si può sostenere la non esistenza.
Non estraete dal vostro ingegnoso alambicco razionale insulse congetture, illustri dottori occupati in questioni del genere, affinché non debba mutare il mio giudizio e considerare menomati i vostri cervelli, intenti a dilapidare il patrimonio del vostro tempo e delle vostre risorse nel ricercare nocche ricoperte da baffi (sarcasmo che intende condannare futilità e vuotezza degli oggetti di interesse sui quali si arrovellano menti tanto qualificate): avviate dispute su “grattacapi” più seri e lasciate alle parole i loro chiari significati convenzionali, limpidamente emergenti dai contesti d’uso.
[1] Nell’Eden delle parole non ci sono “nomi nudi”, nomi che si aggirino senza abiti, senza la veste semantica (significanti senza significato), né, per giunta, c’è una divinità adirata per una nudità che si riconosca e si dichiari a causa di una colpa commessa. Il paradiso terrestre verbale è il vortice che girando centrifuga le parole che esprimono e decorano i pensieri, separandole secondo le loro caratteristiche; le parole vuote sono soltanto quelle combinazioni accentate di sillabe (quasi una lallazione) che suonano sorde, vuote di senso per l’orecchio (qualunque significante privo di convenzione, ovvero di senso concordato)  e che un soffio d’aria già disperde.

Universus et omnis, cunctus, totus,
il tutto ed ogni, l’insieme e l’intero,
l’intelligenza fra l’immenso e il focus
per dove assembla o l’integro è sincero,
ed ogni distinzione è dentro un modus                                        5
che non è falso non essendo vero.
Eppure non c’è lemma che contesti
il contenuto che nel segno attesti.

Quando l’acuta stoffa della mente
ha un sadico pensiero masochista                                            10
che per tutti degenera opprimente,
ma infine ha la mancanza della vista,
non si rivela l’ottica attraente
che dà rilievo a ciò che non acquista.
È folle una montagna adamantina                                              15
ed è funesta se diventa spina.

Se il nome della rosa è nome e basta,
e se quel nome predica una rosa
o della rosa è sintesi e contrasta
col senso singolare della cosa                                                  20
(tanto che quel che dice è roba guasta)
o qualunque vedere infine sposa,
¿che cambia di quel fiore che si vede
e che d’essere visto ci concede?

Esiste o non esiste? ne parliamo?                                             25
parlarne è discutibile o sincero?
¿di che parliamo più quando neghiamo
ogni senso del dire ed ogni vero,
se questo, almeno, è quello che intendiamo?
Chi tutto nega è il solo veritiero?                                                30
¿E se tutto è negabile, che scrivo,
se nulla capirai, da morto o vivo?

Se intenderai, quando dirò lettore,
il rapace che allarga il volo al cielo,
allora il fiore non sarà più fiore,                                                  35
o porterai sugli occhi qualche velo,
o di un artista vero avrai candore,
o spunterà dal tuorlo qualche pelo…
è dunque certo che per dialogare
un senso, il nome, dovrà pur cantare.                                       40

L’universale, soprattutto, affanna
e smentisce ch’esista la bellezza,
se non averla vista il senso appanna
e impedisce riscontro e concretezza:
¿ma chi guardò il pensiero in una spanna,                                45
per quanto la parola abbia contezza?
Chi prescrisse che un segno abbia la pelle
e non l’idea che abbraccia e non espelle?

L’umanità nella natura ascrive
tre versi per la mappa che pennella                                           50
e che ciascuno a modo suo descrive:
generalizza, adultera e cancella;
però, per quanto attiene a quel che scrive,
l’ottava l’universo non appella
se non come sorpassa il singolare                                            55
ed oltre i sensi mira a dilatare.

Non distillate allora frasi sciocche
voi dalle menti dotte ed elevate,
ch’io non muti il giudizio in menti tocche
intente a sperperare le giornate                                                 60
nel ricercare i baffi sulle nocche:
di crucci d’altro rango disputate!
Lasciate alla parola nel contesto
il senso che diventa manifesto.

Non c’è nome nell’Eden che si aggiri                                         65
senza l’abito proprio che lo chiama,
non c’è divinità, poi, che si adiri
per una nudità che si proclama:
il paradiso è il vortice che giri
centrifugando il verbo che ricama,                                             70
e la parola vuota è quell’accento
che suona sordo e che disperde il vento.

Amato Maria Bernabei
da L’infinito piatto, poema polemico-satirico inedito in ottave

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